Ionesco, il centenario dimenticato

Q uando veniva a Milano alloggiava spesso al King Hotel di corso Magenta, un albergo elegante ma dal fascino sinistro. Eppure Glauco Mauri, tra i primi in Italia a mettere in scena i suoi drammi, se lo ricorda come «un uomo solare e molto spiritoso, davvero un piacevole conversatore».
Eugène Ionesco era effettivamente una persona ricca di contraddizioni, un intellettuale che coltivava le incongruenze logiche, le incompatibilità tra gli opposti, le dissonanze tra essere e apparire. D'altra parte il suo teatro cerca di mettere a nudo l'incoerenza di fondo del reale, la sua refrattarietà a schemi preconfezionati: soprattutto agli schemi forniti dalle ideologie, di qualunque colore esse siano. «Era un uomo-contro - ricorda lo storico del teatro Andrea Bisicchia che andava spesso a trovarlo nella suite al King Hotel - un individuo che sentiva l'irreprimibile bisogno di smascherare la mentalità dominante».
A Milano Ionesco ci veniva di frequente, e non soltanto per le messe in scena dei suoi testi, ma anche per fare visita a Indro Montanelli presso la redazione del Giornale. Sin dalla fondazione del quotidiano infatti il «drammaturgo dell'assurdo» era stato una delle sue firme di punta, insieme con altri intellettuali europei «irregolari» come Anthony Burgess e François Fejtö. L'amicizia con Montanelli era nata nel 1973, in occasione del celebre congresso degli «Intellettuali per la libertà» organizzato dal CIDAS, uno dei rarissimi centri culturali che, nell'Italia degli anni Settanta, tentava di costruire un'alternativa libertaria al marxismo. Partecipando a quell'evento assieme a personaggi del calibro di Paul Feyerabend, Gabriel Marcel e Robert Aron, Ionesco si era attirato lo sdegno della scena teatrale nazionale. All'indomani del convegno del CIDAS, L'Avanti pubblicò un articolo eloquentemente intitolato «Stavolta Ionesco è da dimenticare». L'oblio durò per parecchio tempo, e per certi versi non si è ancora del tutto concluso.
Il 26 novembre di quest'anno, Ionesco (morto nella sua amata e detestata Parigi nel 1994) avrebbe compiuto cent'anni. A ricordarselo a Milano sono stati davvero in pochi. L'unico teatro che ha messo in cartellone una sua pièce per celebrare il centenario è stato l'Arsenale. La cantatrice calva, in scena fino a domenica con la regia di Marina Spreafico, è peraltro il testo d'esordio e forse il più fortunato del drammaturgo. Al suo interno si trovano tutti gli ingredienti della tipica «anti-commedia» ioneschiana: dialoghi disarticolati e grotteschi, personaggi imprigionati nelle convenzioni borghesi di cui denudano involontariamente l'assurdità, un clima emotivo tra l'umoristico e il delirante. Nella versione della Spreafico, elegante e farsesca allo stesso tempo, le vicende che hanno per protagonisti i signori Smith, i signori Martin, la cameriera e il pompiere (tutte figure ormai entrate a far parte dell'immaginario teatrale collettivo) si svolgono sullo sfondo di un «giardino d'inverno» innevato di fresco, un luogo in cui «i personaggi lentamente si disgelano - afferma la regista - e assumono la loro intensità comica e insieme drammatica».
Sulle ragioni dell'oblio di Ionesco, Marina Spreafico concorda sostanzialmente con Andrea Bisicchia: «era un individuo troppo libero, e troppo spietato sul piano razionale, per incontrare facili simpatie». Bisicchia aggiunge però un elemento da non sottovalutare: sulla scorta di una lettura di Hans Urs Von Balthasar, il più grande teologo del secondo Novecento, il docente di Storia della critica teatrale all'Università di Parma afferma che «Ionesco era l'anti-Brecht, l'opposto speculare di un intellettuale fortemente impregnato di ideologia qual era l'autore dell'Opera da tre soldi. In una città teatralmente brechtiana come Milano, è facile comprendere che il drammaturgo francese non abbia avuto vita facile».
Fa quindi ben sperare il fatto che, nei dintorni del centenario, l'unico altro palcoscenico milanese su cui verrà rappresentato un testo di Ionesco è quello brechtiano per antonomasia, vale a dire il Piccolo. Dal 16 al 20 dicembre allo Studio andrà in scena Le sedie, una «farsa tragica» scritta nel 1951 in cui, secondo il regista Pietro Carriglio, è presente il nucleo recondito della poetica ioneschiana: «un vuoto che rappresenta l'ultimo interrogativo sull'uomo, sulla sua sopravvivenza fisica e morale, sul suo dialogo con Dio».