John Abercrombie si fa in «quattro»

Questa sera e domani al Blue Note il celebre chitarrista dirige una formazione di fuoriclasse del jazz di «confine»

Franco Fayenz

Questa sera e domani, come abbiamo già annunciato, il club Blue Note (via Borsieri 37, ore 21 e 23.30) ospita un gruppo molto interessante e molto speciale. Si tratta del quartetto formato da John Abercrombie alla chitarra - che è anche il direttore - Mark Feldman al violino, Marc Johnson al contrabbasso e Joey Baron alla batteria. Sono musicisti di forte caratura, ognuno dei quali ha scritto pagine importanti di storia del jazz, soprattutto nella zona «di confine», quella cioè che oggi è la più futuribile, almeno per chi abbia capito in quale direzione spira il vento.
Il quartetto è riunito da un paio d’anni; l’anno scorso è stato molto apprezzato dagli intenditori al festival di Vicenza. La musica che propone non è difficile, ma esige istruzioni per l’uso a beneficio degli ascoltatori più tradizionali. Il fatto insolito (e evidente) è che il gruppo è formato da tre strumenti a corda e uno a percussione, e che uno dei tre è il classico violino, proposto non come componente di sezione ma come solista: sia perché gli strumenti sono soltanto quattro, sia perché, nel caso specifico, sono usati come fonti sonore poste su un piano di parità. È ciò che gli americani, con felice definizione, chiamano interplay.
Mark Feldman è uno dei pochi grandi violinisti espressi dal jazz attuale. Gli altri, per citare i nomi più ricorrenti, sono Regina Carter e Didier Lockwood, essendo tramontata la stella di Jean-Luc Ponty che ha deciso di frequentare lidi più mercantili e remunerativi. Feldman ha un suono bello, corposo e rotondo, tipico di chi abbia compiuto studi severi e ortodossi prima di scegliere la propria strada. In Europa è conosciuto, in particolare, per l’aureo periodo che ha trascorso con il Trio Arcado insieme con Mark Dresser al contrabbasso e Hank Roberts al violoncello, un gruppo che, prima di esaurire qualche anno fa la propria carica creativa, ha tenuto concerti e inciso dischi splendidi e originali, specie per la Jmt di Stefan Winter, sempre pronto a individuare i talenti giusti.
Giova ripetere che il violino è ancora poco diffuso nel jazz per motivi storici abbastanza semplici, anzi umili. Verso la fine dell’Ottocento, numerosi musicisti del sud degli Stati Uniti avvertirono l’esigenza di orchestrare le due maggiori espressioni musicali popolari dell’epoca, il blues per voce e chitarra e il ragtime per pianoforte solo (detto per inciso: è così che nasce il jazz). Erano musicisti perlopiù poveri - sebbene meno illetterati di quanto si credesse - e cercarono strumenti presso i rigattieri. Qui trovarono gli attrezzi abbandonati dalle bande degli eserciti che avevano combattuto la guerra di Secessione: quindi cornette o trombe, tromboni, clarinetti, bassi tuba e grancasse, poco costosi, relativamente facili da imparare, e li adottarono. Anche il contrabbasso, usato come strumento ritmico a pizzico, rappresenta in principio lo stadio più evoluto del basso tuba. Il nobile violino, raro e arduo, fu lasciato da parte. Non a caso i primi violinisti di jazz sono spesso bianchi, se non addirittura europei o provenienti dall’Europa (si pensi a Joe Venuti).
Nobile è di certo la chitarra acustica di John Abercrombie, che sottolinea ulteriormente il carattere «diverso» del quartetto, al quale riserva un repertorio originale e poco frequentato. Di lui si dice infatti che sintetizza «tutto ciò che vi è di meglio nei due mondi, classico e jazz» attraverso la rilettura dei grandi solchi di Jim Hall e di Bill Evans. Baron infine, dotato com’è di tecnica superlativa, è in grado di essere il batterista più «melodico» o, all’opposto, più fantasioso e vigorosamente ritmico che si possa immaginare.