«Kát’a Kabanová» il Volga arriva alla Scala

La tragica storia della «Bovary» russa rivive da stasera sul palco del Piermarini diretta da Gardiner

Elsa Airoldi

Una zattera sospesa nel cobalto, quattro sedie, un oceano grande padre chiamato Volga. La proiezione di mille corpi bianchi che rotolano nel nulla, via via fino all'immagine di una donna stesa nell'acqua con le braccia in croce.
Kát'a Kabanová, protagonista dell'opera omonima di Leoš Janácek, è un'eroina onirica e sognante. Ermetica come un «Amleto slavo». Ma anche un'adolescente data in sposa e divenuta oggetto in una casa di diritto matriarcale.
I giorni di Kát'a, Madame Bovary del Volga, sono tutti uguali. Il libretto, steso dallo stesso Janácek, riprende con buona fedeltà il soggetto del famoso dramma di Ostrovskij L'uragano. La differenza semmai la fa la lingua. La musicalità del russo della fonte, con tutte le sue vocali, contro la stringatezza nervosa, ritmata e rude dal consonantico lessico cèco predisposto al realismo e alla sua proiezione nel simbolo.
Nell'opera dove tutto è metafora anche le parole sono plasmate sull'andamento del linguaggio e della continua metamorfosi psicologica di Kát'a. I piani, quasi frammenti, si compongono e scompongono con rapidità. La protagonista è il pretesto enigmatico di una storia paradigmatica.
Nella piccola città di Kalinov, sulle rive del Volga, vive la famiglia Kabanov. Gente di commercio (il Leitmotiv della drammaturgia ostrovskijana) che nell'opera diventa emblema di matriarcato arcaico e contadino. La vecchia Kabanová è padrona dei destini della nuora Kát'à, del figlio Tichon, della figliastra Varvara…
Durante le sue lunghe giornate Kát'a cuce, sogna, sente. Cerca di vincersi. Ma una notte, in giardino, incontra Boris. È l'amore, la vita che finalmente mostra il suo volto. Fatto anche di senso di colpa e di morte. Durante un temporale, che sembra sgorgare dell'anima, tutti i personaggi si rifugiano in un padiglione sulla riva del fiume. Qui Katérina confessa il tradimento. Poi esce impazzita nel crepuscolo, cerca Boris per l'ultima volta, si getta nel fiume con le braccia incrociate sul petto.
Nell'esemplarità della vicenda qualcuno ha voluto vedere una denuncia sociale. I più hanno guardato alla protagonista. Del resto ben presente in partitura sin dall'inizio. Da quando, dopo un moto discendente dei celli, otto note scandite dai timpani sulla base degli ottoni contano le sillabe di ka-té-ri-na-ka-ba-no-vá. La tecnica vocale esalta la parola scenica e si risolve in melodia parlata. Una declamazione che al contrario del coevo Sprechgesang, mezzo di astrazione, accentua il carattere realistico.
L'opera e il suo autore (un ragazzo di settant'anni) ottengono a Brno (23 novembre 1921) il successo attestato da Max Brod. L'intellettuale che divulga Kafka e il critico musicale che indica a Praga, alla Germania e al mondo la grandezza di Janácek. Tuttavia la necessità delle totale adesione alla lingua intralcia il cammino.
Questa sera alla Scala, nell'ambito di un progetto triennale riservato all'autore, Kát'a Kabanová appare per la prima volta. Sebbene alle spalle del debutto non manchino né varie esperienze degli stessi protagonisti, né autorevoli registrazioni. Ad iniziare dalle due del pioniere Charles Mackerras. Quella, più lirica, con i Wiener e l'altra, più aggressiva, con la Filarmonica Cèca.
Sul podio sir John Eliot Gardiner. Un nome che il nostro pubblico riconosce come massimo esperto di tutt'altro repertorio ma che non finisce di sorprendere. La regia è di Robert Carsen. Riferimento importante, già variamente attratto da teatro di Janácek e presente nella nostra memoria specie per lo splendido calligrafismo delle Carmélites. Propensione al minimalismo che torna nella stilizzazione tutta acqua e legno di Kát'a. Firmano scene e costumi Robert Carsen e Patrick Kinmonth. La coreografia è di Philippe Giraudeau.
La versione, come già avvenuto in passato, riunisce in uno i tre atti. In scena Janice Watson (Katérina), Peter Straka (Boris), Judith Forst (Marfa), Elena Zhidkova (Varvara), Guy De May (Tichon), Vladimir Ognovenko (Dikoj) e Stefan Margita (Kudrjáš). Sebbene in strettissima connessione con loro cantino gli strumenti e i ritmi e i suoni delle parole. Dalla mesta melodia dell'inizio al coro senza parole (Bruno Casoni) della fine. Il «sospiro del Volga».