Kabul, a viso scoperto per i diritti femminili

Un velo azzurro è il nuovo simbolo dell’8 marzo afghano. Sono un migliaio le donne che hanno abbandonato il burqa, il pesante indumento che le ricopriva come fantasmi dalla testa ai piedi. A Kabul, la capitale, a Herat, dove si trova il grosso delle truppe italiane, nella più grande città del Nord, Mazar i Sharif, e nella commerciale Jalalabad le donne afghane si sono coperte il capo con un leggero velo azzurro. Il colore del cielo ha fatto capolino anche a Kandahar, l’ex capitale dei talebani, la città più conservatrice dell’Afghanistan. Un gruppo di donne coraggiose ha manifestato per l’8 marzo con questo nuovo simbolo di libertà e rivolta.
«Le donne hanno gli stessi diritti e opportunità degli uomini. Le stesse garanzie come l’accesso all’educazione, all’assistenza sanitaria e di fronte alla giustizia. Lo stabilisce la Costituzione», dichiara Suraya Parlika al quotidiano spagnolo El Mundo. La «pasionaria» afghana è una delle animatrici dell’8 marzo a Kabul, dove la strada per trasformare in realtà i principi della Costituzione è ancora lunga.
Secondo l’Onu, fra il 70 e l’80% delle donne afghane è costretto a matrimoni forzati organizzati dai capi famiglia, con un marito mai conosciuto prima. L’84,2 % è analfabeta e soltanto una ragazza su cinque maschi va a scuola. Una donna su tre subisce violenze fisiche, psicologiche e sessuali.
L’Afghanistan è il Paese con la più alta mortalità al mondo durante il parto. Ogni anno fra 1.600 e 1.900 donne muoiono dando alla luce un bambino. «Il velo azzurro è un simbolo di pace, ma con giustizia», spiega Parlika. Per la prima volta in tutte le grandi città del Paese è stato adottato un simbolo comune per i diritti delle donne. A Kabul volevano manifestare in piazza, ma per ragioni di sicurezza il ritrovo è avvenuto in un salone ministeriale circondato da agenti armati. «Continueremo a manifestare. Il prossimo anno, per la giornata internazionale della donna, lo faremo in tutte le province afghane», promettono le organizzatrici. I talebani non sopportano che le donne alzino la testa. A dicembre hanno assassinato il marito di Paween Mushtakhel, attrice della televisione afghana. Nonostante le ripetute minacce si rifiutava di ordinare alla moglie di non apparire più in tv. A settembre è stata trucidata a Kandahar Malalali Kakar, la più famosa poliziotta afghana. Sempre a Kandahar, 14 ragazzine sono state sfregiate con l’acido, in un solo giorno, perché andavano a scuola. Tutte sono tornate sui banchi, compresa Shamsia Husseini, più deturpata delle altre.I talebani e gli ultras conservatori che si annidano nella società pashtun hanno compilato una lista di incarichi e lavori tabù. Nel mirino ci sono le parlamentari, le giornaliste, le insegnanti, medici, attrici, cantanti, ballerine e soprattutto le collaboratrici di organizzazioni umanitarie occidentali.
In Afghanistan inoltre sono molte le donne che si suicidano dandosi fuoco. Ad Herat, una delle città più liberali, sono stati registrati negli ultimi sei mesi 47 casi. Soltanto sette sono le sopravvissute. Si uccidono perché brutalizzate dai mariti o ridotte a schiave dalla famiglia di lui. Nel 2007 i casi erano 186, ma si tratta soltanto della punta dell’iceberg. La maggioranza dei suicidi non è denunciata.
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