L’autodidatta che insegue il mistero Picasso

Un antieroe moderno cresciuto ad arte e teologia che rinnega i suoi «scontemporanei» e guarda all'Oriente per una pittura-ponte tra Europa e India, «libera da quell'Occidente cristianissimo che annaspa nel moralismo». Strano soggetto di pittore questo Paolo Albertelli da Lavagna, fisic du role del consumato da tensione artistica maturata in stanze vuote, forse senza tempo in questo tempo nostro, ma folle di passione per quello che ci siamo persi in tanta secolarizzazione. È seduto al bar, le mani lunghe, allacciate e impacciate; sta preparando una «cosa controcorrente», freme ed è frenato, difficile raccontarla tra Oriente e Occidente, tra Dio e dei. A mescolar colori e pennellate inizia a 15 anni, ritrae il padre e poi Vittorio G. Rossi che autografa la tela. Ma il lavoro su volti maschili si declina al femminile. Albertelli ritrae ossessivamente visi di donne «per entrare nel mistero di quella bellezza - ti confessa - È qui che si manifesta Apollo». Autodidatta all’eccesso, molla il ritratto e va a bottega da Altmann; vuole uscire dal figurativo per arrivare all'arte contemporanea, al mistero-Picasso: «Non so cosa farò da grande - spalancando gli occhi - ma vorrei usare la pittura per veicolare un messaggio esoterico, nel senso di trasparenza di un mondo più sottile, e spirituale, fonte di contenuti che ci elevino». Sente forte il messaggio del Cristo, «ma non chiamerei Cristianesimo quello che è accaduto dopo di Lui. Lo definirei Paolinismo perché è stato secolarizzato un messaggio dell'altro mondo». Laureato in lettere, due anni di teologia che gli hanno lasciato l'insofferenza per S.Paolo, si butta sul politeismo indiano e sceglie Alain Danielou e la ricerca della trascendenza attraverso le vie offerte dal «mondo indo-mediterraneo protostorico»: una religione dionisiaca originaria dove l'eros è imbevuto d'eternità. Eppure ti sembra un po' Antonio Ligabue coi suoi fantasmi; vuole aprire una breccia nel silenzio in cui boccheggiamo: «Basta il mio cerino su un mondo dimenticato - sussurra pacato - è l'accesso ad una visione politeistica arcaica dove troviamo il recupero di una conoscenza erotica e quindi vitale, premorale; una sacralizzazione dei simboli del maschile e femminile». Cerca «un'arte che tenti di raffigurare o fornire supporto visivo a questo, per noi, inaudito concettuale». Ragionamento spesso e neanche tanto avulso dalla cronaca stretta. Focalizzi, lui coglie che hai colto e infiora: «La stanchezza di oggi deriva da quella sorta di prigione in cui ci siamo relegati e lo stesso Claudio Risé ha denunciato questo autolesionismo maschile: valorizzare la donna non deve portare ad uno svirilimento. Il fallo non è appendice, ma segno eterno, è fenomeno psicologico e simbolo di oblazione». Scollamento dalla materia stretta che riempie pagine patinate e non? Macché, l'Albertelli, innocente nell'accezione pasoliniana, fluttua su un livello altro: «Mentre per i miei scontemporanei eros è una realtà edonistica o affettivo-riproduttiva, io lo percepisco e lo rivendico come un soffio divino legato alla conoscenza o come elemento primo di civiltà». Ecco la sua «cosa controcorrente» che apre ai templi indiani di Khajuraho: «Prima della morale c’era la conoscenza. Nei templi di Afrodite ed Eros, che non erano bordelli, si testimonia una conoscenza di tipo spirituale dell'eros che nei moderni è andata perduta perché ci siamo caricati di sovrastrutture e tutto si legge solo nei termini della morale». È l'arte che Albertelli vive come liberazione: «Tolkien diceva di non confondere la diserzione del soldato con la fuga del prigioniero». Ti guarda, ma è già là: «O ne resti moralmente allucinato o fai il grande salto». Quello che fisserà sulle tele, nelle stanze dilatate della sua ricerca.