L’ex radicale libertario si confessa: «Ero schiavo del sesso su Internet»

Fino ai 22 anni Vincenzo Punzi non sapeva nulla dell’altro sesso, «mai viste donne nude, neppure in fotografia, mai praticato l’autoerotismo, ignoravo come si facesse l’amore, ero assolutamente vergine». A 52, dopo aver avuto centinaia di partner, cominciò a navigare in Internet e nel breve volgere di poche settimane cadde prigioniero di un consumo compulsivo e assolutamente incontrollabile di pornografia, si ritrovò semiimpotente, riusciva a eccitarsi soltanto davanti allo schermo del computer con le immagini dei siti a luce rossa. A 59 comprese d’essere malato, molto malato, «m’accorsi che l’erezione sopraggiungeva anche solo a guardare i nudi del Giorgione», e allora decise di aprire sul Web un gruppo di autoaiuto, al quale subito s’iscrissero internauti che per soddisfarsi ricorrevano persino alle modelle in costume da bagno del catalogo online Postalmarket.
A 63 anni Vincenzo Punzi è guarito e può dire d’essere l’unico uomo al mondo che ha avuto il coraggio di dichiararsi pornodipendente con nome e cognome, mettendo in piazza le sue miserie, mostrando la sua faccia. Dal fondo dell’abisso ha cavato fuori un libro, Io, pornodipendente sedotto da Internet, «che ha venduto molto, però meno di quanto sperasse l’editore Costa & Nolan, perché ho sbagliato titolo: pochi hanno il coraggio di andarlo a comprare in libreria, temono d’essere scambiati per onanisti».
La vergogna. È il primo muro che devono superare i 250 disperati che ogni giorno raggiungono il romano Punzi al suo domicilio elettronico, www.noallapornodipendenza.it, tante storie di ordinaria devastazione psichica, fisica e morale, neanche una fotografia – sarà mica un caso – e quel messaggio di benvenuto che suona tremendo e fiducioso a un tempo: «Hai cercato qualche cosa, qualcuno che ti aiutasse a capire la cosa folle che avevi dentro di te. Alla fine sei arrivato nel nostro sito, che ora è anche il tuo. Il sito di noi pornodipendenti. Finalmente ora sai che non sei solo, non sei l’unico, mentecatto, ipersegaiolo sulla faccia di questa terra. Che sarebbe così bella e che invece è insozzata e umiliata da questa marea di merdosa pornografia. Oggi è il primo giorno del tuo ritorno alla vita!».
E dire che quest’uomo colto e perbene, laureato in economia e commercio, che ha appena organizzato per il ministero degli Esteri la trionfale tournée del violinista Uto Ughi a Tirana e Ankara, è stato un libertario, uno di quelli per i quali tutto è lecito, dal sesso alla droga, a condizione che non leda i diritti altrui, «un profondissimo radicale, ho anche lavorato a lungo per il partito, in via di Torre Argentina dividevo la stanza con Marco Pannella». E prim’ancora era stato un sessantottino, animatore della comune di via della Stelletta, «eravamo in 7-8 fissi, la sera ne arrivavano a dormire altri 15, le coppie si formavano e si disfacevano, mettevamo tutti i nostri soldi nella stessa cassa, poi c’era sempre quello che se li fregava, e io un giorno decisi che dovevamo mangiare accovacciati per terra».
Ci sarà un motivo se l’uomo inventò la sedia.
«Dovevamo rompere con tutto e con tutti. Eravamo sempre fumati di hashish, molti si facevano di eroina e di Lsd. Io no, solo qualche canna, ma senza alcun effetto, a parte le grandi vomitate».
Ma lei con chi voleva rompere?
«Con la mia famiglia. Padre industriale, madre casalinga, anafettivi. Se divento re della Terra, introduco la patente per i genitori. Da piccolo hai bisogno del loro amore, loro sono Dio, l’universo compiuto, la tua connessione col mondo, e se non ti vogliono bene puoi darti solo due risposte: papà e mamma sono cattivi oppure io sono cattivo. Siccome a 6 anni la prima ipotesi è troppo dolorosa, ti convinci d’essere tu sbagliato. Dunque se sono cattivo non merito nulla, non devo essere felice. Ho passato la vita a punirmi. Ero convinto d’essere brutto, che le donne non mi guardassero. Invece loro mi trovavano bellissimo. E allora le respingevo. La prima di cui mi sono innamorato, a 18 anni, l’ho lasciata solo perché me lo ordinarono i miei genitori. E poi via via tutte le altre, le ho sempre scaricate. Loro piangevano e io non capivo perché. Dicevano di amarmi, ma io non potevo essere amato. In casa non coglievano questo disagio esistenziale. Così a 21 anni fuggii, lasciando un biglietto sul tavolo: “Non preoccupatevi, ho con me i documenti”. Il mio problema era perdermi».
Dove andò?
«Prima a Sud, poi a Nord, con l’autostop. Non sapevo neppure che esistesse il sacco a pelo. Dormivo sotto i ponti, sulle panchine dei giardinetti, nelle stazioni, dentro le cabine per le fototessere, sui camion dei traslochi parcheggiati per strada, l’ideale, perché hanno il fondo di legno e ci trovi le coperte con cui vengono protetti i mobili. A Rimini due svedesi da cartolina volevano saltarmi addosso: scappai. A Milano una ragazza che avevo aiutato a portare la valigia mi diede appuntamento nel suo appartamentino: la vidi affacciarsi alla finestra per farmi segno di salire ma restai nascosto dietro l’angolo. Finché non cedetti alle lusinghe della moglie di un amico, madre di famiglia. Fu un scena tragicomica. Stavo dentro di lei e mi dicevo: embè, ma è tutto qua? Subito dopo raggiunsi il mio primo orgasmo e mi si aprì il mondo».
Chi la manteneva?
«Cucivo jeans, davo ripetizioni di matematica, facevo il muratore. Infine approdai alla corte di Pannella, mi occupavo della contabilità del nuovo quotidiano radicale, Liberazione. Inventai i concerti politici per il divorzio, per l’aborto, prima al Palasport, poi a piazza Navona. Diventai amico di tutti i cantautori che venivano a esibirsi gratis: Lucio Dalla, Franco Battiato, Edoardo ed Eugenio Bennato. Le ragazze della borghesia romana mi correvano dietro. Per punirmi lasciai il partito radicale. Per punirmi mollai all’apice del successo il Canzoniere del Lazio. Per punirmi abbandonai il coordinamento dei Festival della cultura italiana, da New York a Buenos Aires, affidatomi quando Bettino Craxi era ministro degli Esteri. Finché nel 1996 non scoprii il computer: il massimo per autodistruggersi».
Che accadde?
«Venne un tecnico a casa mia e mi collegò a Internet con la banda larga. Se n’era appena andato e già avevo digitato la parola “adult” su un motore di ricerca, così, per curiosità. Fu l’inizio della fine. Entrai nei ring, anelli, lunghi elenchi di siti che rimandano ad altri siti, centinaia, migliaia, milioni d’immagini che si materializzano sullo schermo, catalogate in almeno 100 diverse categorie di perversioni. La mente non può credere a un simile paradosso statistico: sesso suddiviso per fenotipi di codici genetici introvabili ricombinati in tutte le variazioni, sadomasochismo, rapporti con animali, scatologia... Gli anelli sono la realizzazione fisica più vicina alle visioni dantesche dei gironi infernali. Quella notte dormii pochissimo, in attesa dell’alba che doveva recarmi la promessa di nuove scoperte, di illimitata libertà. Era cominciato il lento annegamento del neurotrasmettitore».
Cioè?
«Mio nonno Salvatore in tutta la sua vita vide nuda soltanto sua moglie, e così suo nonno, e così il nonno di suo nonno. Il Dna ha strutturato il nostro cervello in questo modo. All’improvviso io potevo vedere centinaia di migliaia di donne in pose allucinanti, una dopo l’altra, senza limiti. L’encefalo subisce un trauma irreparabile da questo trip. È una patologia inedita nella storia dell’umanità. Nessuno se ne preoccupa, nessuno la studia. Eppure negli Stati Uniti si cominciano a registrare centinaia di divorzi e di licenziamenti per pornodipendenza».
Che sintomatologia presenta?
«Non dormi più. Sono arrivato a stare in erezione per otto ore. C’è chi mi ha scritto d’esserci rimasto per due giorni di seguito, con brevissimi intervalli. Il pene subisce un ingrossamento temporaneo, ti ritrovi fra le mani un salame. Dopo qualche mese provi un dolore lancinante al momento dell’eiaculazione. Subentra l’estraniamento dal mondo reale, trascuri il lavoro e la vita sociale. Per strada, quelle rare volte che ci vai, guardi le donne solo ed esclusivamente come oggetti pornografici, le cataloghi in base ai modelli visivi che ti sei stampato in testa. Il desiderio sessuale verso la propria partner cala fino a cessare del tutto. Provi una forma di fastidio per il suo corpo. Diventi impotente».
Non sarà dipeso dai 60 anni?
«Nel gruppo, che conta 2.300 iscritti, ci sono ragazzi di 20 anni nelle stesse condizioni. Mi giravano per casa donne vere, bellissime. Niente. Ho avuto una super fidanzata americana. Niente. Dovevo dormirci insieme e il mio incubo era: come giustifico che non mi va di far l’amore nemmeno stavolta? Poi a metà notte mi alzavo di nascosto, correvo davanti al monitor e, zac, nessun problema di erezione».
Pare inspiegabile.
«Per la maggioranza il porno è noioso. Su una minoranza ha questo effetto deleterio. Ho studiato la sindrome di Stendhal provocata dall’osservazione prolungata delle opere d’arte, che fa stramazzare al suolo, privi di sensi, i turisti. Non ha mai stordito un fiorentino o un italiano. Riguarda soltanto i viaggiatori. Ebbene, Internet e il porno questo fanno: ti conducono in un altro mondo, lontano da casa, pur stando seduto in casa».
Chiese aiuto a un medico?
«No. Solo quando un’amica mi pose l’aut aut, “così non ti voglio più vedere”, mi rassegnai ad andare da una stronza di psicoanalista fagioliniana (Massimo Fagioli, definito “psicoanalista eretico”, amico di Fausto Bertinotti, ispiratore di alcuni film di Marco Bellocchio, ndr). Io non sapevo d’essere pornodipendente. Dopo mesi di analisi, le confessai le mie pratiche erotiche solitarie. E lei: “Che c’entra? Che c’è di male? Al limite vada con una prostituta”. Ma io in vita mia non sono mai andato a puttane, né ci voglio andare! Questi sessuologi da quattro soldi badano solo a incasellarti nei loro schemi, pensano che la pornografia serva a scaricarsi, che l’emissione dello sperma equivalga all’espulsione delle feci. Ma non è affatto così. Il sesso non è un bisogno: è un istinto. Se i bisogni – bere, mangiare, dormire, urinare – non li soddisfi, muori. Invece l’istinto, meno lo soddisfi, meno ti domina».
Spendeva tanti soldi?
«Neanche un euro. Questi siti offrono tutto gratis, solo se vuoi vedere ancora di più devi immettere il numero della tua carta di credito. Per cui sono ancora qui a interrogarmi sull’assoluta sproporzione fra quantità di porcherie offerte e ricavi. Non c’è nesso, non c’è logica economica».
A meno che il progetto della Rete, nata per controllare il mondo, non sia quello – dopo aver interconnesso gli Stati, le Borse, le banche, le aziende, l’informazione, tutto – di controllare anche le menti, di crescere generazioni di debosciati schiavi dei loro istinti, che non disturbino i plutocrati, non interferiscano col potere politico, se ne stiano chiusi in casa e pensino solo a consumare.
«Oh, finalmente, lei mi consola! Io mi vergognavo a dirlo, ma è esattamente quello che sta accadendo. Mi chiedono aiuto ragazzi di 12-13 anni, alcuni persino di 10, che si organizzano ogni giorno nella loro cameretta un videotour interattivo: oggi le tette grosse, domani le negre, dopodomani i rapporti anali, i gay, i transessuali. Un’amica volontaria nel Burkina Faso mi ha spiegato che Internet è arrivata nel villaggio dove lavora e ai piccoli africani sta scoppiando il cervello. O pensiamo che sia un caso se i Paesi islamici e la Cina hanno bloccato questi contenuti? E poi c’è la pornodipendenza delle chat erotiche protette dall’anonimato. Con una webcam da 9 euro puoi vedere un partner occasionale che si spoglia. Ora la fognatura ha cominciato a tracimare anche nei telefonini».
Lo chiedo al libertario: che c’è di male nella pornografia?
«Tutto. È finzione, è falsità, è violenza sulle donne, è commercio di carne umana. Purtroppo ci sono in giro personaggi come il dottor Marcello Perrotta, direttore dell’Istituto nazionale di sessuologia di Firenze, il quale è arrivato a sostenere che “l’approccio alla pornografia è normale quando viene a mancare una possibilità diversa di conoscenza”. Ma non si rende conto che è la peggiore delle droghe? L’alcol, se lo usi con giudizio, ti fa star bene, due bicchieri di vino bevuti in compagnia ti regalano una bella serata. Ma la pornografia è negativa in qualsiasi quantità, non serve a niente. È solo male».
Se è solo male, perché dovrebbe essere vietata su Internet e invece restare in libera vendita sui canali satellitari, nei cinema, in edicola?
«Fosse per me, farei rispettare il codice civile e penale a cominciare dal sito di Repubblica, con tutte quelle icone che rimandano ai calendari di nudo. Oltretutto la pornografia non fa vendere di più, vende solo se stessa. Prova ne sia che nessuno ricorda il nome della patatina reclamizzata con uno spot volgare da Rocco Siffredi, campionissimo dell’hardcore, un infelice, neanche un attore, usato dai registi come stantuffo».
In che modo si guarisce?
«Primo: devi accettare che sei pornodipendente. Secondo: devi accettare che la pornografia ti piace tantissimo. Il disagio psicologico, i traumi infantili, l’insicurezza, lo stress non c’entrano nulla. Tu fai certe cose perché attraverso gli occhi l’immagine oscena trasmette un’emozione al cervello. Questo provoca una scarica di endorfina, un peptide che ha un’azione simile a quella dell’oppio. Il corpo s’abitua ad avere endorfina in grandi quantità e ne ha continuo bisogno per stare bene. Sarai malato per tutta la vita, il cervello ti prospetterà mille scuse per farti ricadere. Perché la mente mente, è lo slogan che mi sono dato, e ti tradisce non quando stai male, bensì quando stai bene e abbassi la guardia».
Da quanto tempo ne è fuori?
«Da più di un anno».
Non soffre di crisi d’astinenza?
«“Dài, è bello!”, ti tenta il cervello».
Un demone.
«Lucignolo».
(375. Continua)
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