«L’Expo sarà lo schiaffo che sveglierà Milano»

Una vita lunga un secolo - anzi, per la precisione 98 anni - dedicata all’arte e la cultura. È quella di Gillo Dorfles, classe 1910, critico d'arte, pittore e filosofo italiano. Di padre goriziano e madre genovese, si è laureato in medicina, con specializzazione in psichiatria. Professore di estetica alle Università di Trieste e di Milano, nel 1948 fu tra i fondatori del Movimento per l'arte concreta (insieme ad Atanasio Soldati, Gianni Monnet, Bruno Munari) e nel 1956 diede il suo contributo alla realizzazione dell’ADI (Associazione per il disegno industriale). A partire dal saggio Discorso tecnico delle arti (1952), Dorfles ha contribuito in modo determinate allo sviluppo dell’estetica italiana. Tutt’oggi vive e lavora a Milano.
Professor Dorfles, che cosa significa per Milano aver vinto l’Expo?
«Speriamo che sia l’occasione per una vera ripresa di Milano, che negli ultimi tempi, almeno da una ventina di anni direi, è andata decadendo. E quindi l’Expo penso possa essere quello “schiaffo” che permetta alla città di risvegliarsi».
Molti temono che sarà fondamentalmente una «corsa all’oro»...
«L’Expo sarà di sicuro un’occasione economica, ma anche culturale. Soprattutto permetterà la pianificazione urbanistica della metropoli, che è mancata negli ultimi tempi».
Alcuni osservatori sottolineano che non bisogna fare dell’Expo solo l’occasione per valorizzare aree e costruire padiglioni ma anche per portare sotto i riflettori un tema cruciale oggi: quello della nutrizione e dell’ambiente...
«Be’, direi però che la costruzione di nuove aree e padiglioni è fondamentale, in quanto a Milano negli ultimi tempi si è fatto poco. Per esempio, il Museo di Arte Contemporanea solo ora è stato progettato nell'ambito della Triennale. Non abbiamo ancora i grattacieli, anche se ora spunteranno da qualche parte: lo sviluppo verticale darebbe un'immagine nuova alla città. E poi a Milano per un evento come l'Expo anche i mezzi di trasporto dovrebbero essere potenziati... Al posto di tre linee di metropolitana ce ne dovrebbero essere almeno dieci, per soddisfare non solo la periferia ma anche i comuni dell'hinterland, che ormai fanno parte integrante della metropoli. Mentre per quanto riguarda il tema dell’ambiente, è già all'ordine del giorno nell'agenda internazionale...».
Che giudizio dà sull’attuale situazione dell’arte a Milano?
«Milano è ricca di opere d’arte, antiche come moderne. Importante quindi sarebbe valorizzare le opere artistiche presenti. Brera aspetta un ampliamento da quando Russoli già aveva parlato della “grande Brera”. Molte collezioni non hanno il loro posto. Mentre a Roma c’è un Auditorium grandissimo fatto da Renzo Piano, Milano ha dovuto accontentarsi di un cinematografo ripristinato molto bene, ma naturalmente insufficiente. Il Pac che è un bellissimo ambiente per mostre ad autogestione, non è sufficiente per mostre stabili. Milano ha molte strutture che vanno sviluppate, strutture che erano state progettate o iniziate negli anni ’50 o ’60 e che poi non sono state ultimate».
Quale dovrebbe essere l’impegno di un critico d’arte che vive in una realtà metropolitana come Milano?
«Fare bene il proprio mestiere, direi. E naturalmente, dal punto di vista dell'impegno, non avere paura a dire la propria... In tal senso, ritengo che Milano dovrebbe sviluppare i mezzi di trasporto, sviluppare le attività culturali già esistenti, permettere un allargamento della città oltre i confini daziari e stabilire dei rapporti molto intensi con altre città. C’è già il festival “MiTo” con Torino, ma dovrebbero esserci altre iniziative culturali con altre città. Soprattutto una delle cose che il Paese dovrebbe attuare con urgenza è il famoso asse Lione-Zagabria, ossia Torino–Trieste, una degli assi portanti per tutta l’economia italiana, oltre che per la cultura. Parlare di alta velocità, quando non c’è nemmeno il doppio binario in molti casi, è una cosa veramente triste».