L’indulto non «grazia» i bambini

Due temi di giustizia. Il primo riguarda l’indulto in cui ormai maggioranza e minoranza giudiziose sembrano orientate, il secondo i processi sportivi. Troppi anni di mancata clemenza hanno condotto a una inevitabile patologia che toglie al carcere qualunque funzione di riabilitazione e lo trasforma in una scuola di perfezionamento per il crimine. In taluni casi estendendo le pene anche agli innocenti. Quale peggior crimine che tenere in carcere, consapevolmente, un innocente? È importante, dunque, segnalare ai legislatori una anomalia che rischierebbe di vanificare gli effetti dell’indulto rispetto a un punto dolente di terribile gravità. Una vera e propria, legalizzata, “strage degli innocenti”. Oggi il Parlamento inizia a votare il provvedimento sull’indulto. Si prevede che 12 mila detenuti, grazie a questo atto di clemenza, lasceranno il carcere.
Ci sono invece, circa 60 bambini che continueranno a rimanere in una cella insieme alle loro mamme detenute. Queste donne non potranno, infatti, godere dei benefici (uno sconto di pena di 3 anni) dell’indulto. La maggior parte di loro è detenuta per reati legati allo spaccio di droga. Reato certamente gravissimo, perché contagia adolescenti fragili, e facilmente suggestionabili (altri innocenti, ma vittime del crimine, questi; non della legge). E reato escluso dal provvedimento dell’indulto. È questo il paradosso, pur valutando l’oggettiva gravità del reato: quei bambini in carcere rappresentano una brutale violazione dei diritti umani più elementari. Contro questa barbarie, da oltre 12 anni combatte, con me, il coordinatore del Movimento Diritti Civili, Franco Corbelli. Da sempre, dentro e fuori il Parlamento, sostengo questa causa umanitaria e questa causa di giustizia giusta, che sembra non interessi a nessuno. I bambini in carcere non riescono a fare neppure notizia sui grandi media. Sono diventati in questi anni come invisibili, dei piccoli fantasma. Eppure esistono, vivono, a volte nascono anche, in prigione. Attualmente sono circa 60, da 0 a 5 anni, i bambini che si trovano “reclusi” nelle carceri italiane insieme alle loro mamme detenute.
Il numero delle donne ristrette in carcere costituisce una minima percentuale della popolazione detenuta, attestandosi su valori pari a circa il 4% (poco più di 2500 su un totale di circa 60 mila detenuti); in prevalenza la popolazione detenuta femminile è di origine extracomunitaria, ovvero di etnia Rom; i reati commessi dalle donne generalmente si connotano per il minor tasso di pericolosità sociale; i reati ascritti alla popolazione detenuta femminile sono essenzialmente relativi all’uso e al traffico di stupefacenti e a reati contro il patrimonio: rari i casi di condanne per reati di tipo associativo. Eppure, non si riesce a “liberare” questi bambini e le loro mamme dal carcere. La legge 8 marzo 2001, n. 40 (“Misure alternative alla detenzione a tutela rapporto tra detenuti e figli minori”), approvata dopo una lunga battaglia del Movimento Diritti Civili, che prevede il differimento della esecuzione pena e della detenzione domiciliare – applicabili fino ad ora, il primo, in maniera discrezionale, e, il secondo, in casi limitati - è stata ampliata con due nuovi istituti della detenzione domiciliare speciale e dell’assistenza all’esterno dei figli minori. La concessione dei benefici previsti da questa legge non è però automatica, dovendo essere valutata caso per caso in quanto subordinata all’assenza di un pericolo concreto di reiterazione del reato commesso.
Questo spiega perché questi bambini continuano a restare in cella nonostante la legge preveda espressamente i benefici dei domiciliari e altre forme alternative al carcere (quali, ad esempio, le strutture protette, le comunità, le case-famiglia) per le loro mamme detenute. La libertà di questi bambini è a discrezione dei giudici e dipende dall’età del bambino e dagli anni di reclusione che devono scontare le mamme-detenute. Fino a tre anni vengono riconosciuti i diritti dei bambini, dopo i tre anni questi diritti cessano; a 3 anni e un giorno non si è più bambini! Questa è l’ingiustizia e l’assurdità di una legge che, da anni, insieme a Corbelli andiamo denunciando, anche con manifestazioni dentro e fuori Montecitorio, come è avvenuto alla fine dello scorso anno, il giorno per l’amnistia. Un Paese civile non può continuare a tollerare una simile mostruosità. Occorre per questo approvare subito un provvedimento di legge, un “indultino”, che preveda l’obbligatorietà, la concessione d’ufficio degli arresti domiciliari o di altre forme alternative al carcere (che ho prima ricordato) per tutte le donne detenute, madre di bambini da 0 a 5 anni. Questi benefici devono valere anche per le donne-madri condannate per reati di droga. Devono essere escluse (ma non certo abbandonate) solo quelle mamme detenute in carcere per gravi reati e ritenute socialmente pericolose. Occorre subito liberare dal carcere questi bambini e le loro mamme.
Oggi mentre il Parlamento sta per votare un provvedimento di clemenza, l’indulto, che porterà fuori dal carcere 12 mila detenuti, non si può continuare ad ignorare e far restare in una cella questi bambini innocenti. È inaccettabile che in uno Stato di diritto, come il nostro, si possa continuare a consumare impunemente, nell’indifferenza generale, delle Istituzioni, del Parlamento, del Governo e della stessa stampa nazionale, una simile barbarie sui diritti dei bambini, quotidianamente letteralmente calpestati. Questi bambini, per la loro drammatica esperienza in carcere, resteranno segnati per sempre, avranno danni devastanti; dicono gli esperti che questi bimbi hanno perso il sorriso, anzi non hanno mai sorriso. Può un Paese civile, un Governo di centrosinistra che afferma di battersi per i diritti civili tollerare una simile brutalità? Il mio appello e quello del Movimento Diritti Civili è rivolto al premier Prodi, al ministro della Giustizia, Mastella, al Parlamento, a tutti quelli, cioè, rappresentanti di governo, parlamentari, di tutti gli schieramenti, che hanno nelle loro mani il destino di questi bambini. Mi piacerebbe, a questo proposito, conoscere anche il pensiero di Antonio Di Pietro. Sapere se è a favore del carcere anche per questi bambini e le loro mamme o se invece condivide la nostra battaglia per liberare dalla prigione questi bimbi innocenti.
Arrivati a Di Pietro e al suo ossessivo giustizialismo, o pangiustizialismo, vediamo riemergere i fantasmi di illustri magistrati, di epoche ormai lontane, pensionati combattivi, come Francesco Saverio Borrelli e l’ottuagenario Ruperto, pronti a recitare la parte dei giudici nelle trasmissioni di Mediaset come Forum prendendo il posto di Sante Licheri, o candidandosi al processo del lunedì al posto di Aldo Biscardi.
E questo è il secondo tema. Non ci bastava assistere al teatrino del cessati gli arresti domiciliari con tolta possibilità di espatrio a colui che per mezzo secolo non poté mettere piede in Italia, non ci bastava la “telenovela Pollari-Mancini”, dovevano giungere fino a rappresentare l’impudica farsa quotidiana della giustizia ordinaria. Qualcuno rimarrà sbalordito, ma quanto sta avvenendo nei processi del calcio sarà, implacabilmente, invalidato dopo gli inevitabili ricorsi delle squadre condannate. E gli austeri giudici, conseguentemente, squalificati. Una farsa e una beffa. Perché il Tribunale della Comunità Europea al Lussemburgo ha emesso una sentenza in cui si dice chiaramente che per quanto attiene scorrettezze, abusi e corruzioni come quelle delle società sportive, se ci sono vicende che interferiscono sulle questioni economiche e dunque incidono su di esse arrecando danno materiale – vedi ad esempio la retrocessione di una squadra dalla A alla B o dalla A alla C con conseguente perdita di sponsor e sensibile diminuzione del valore di mercato – il Tribunale competente non può essere quello sportivo, ma è esclusivamente quello ordinario per i reati penali. Conseguentemente, Borrelli e Ruperto, rispettivamente nella parte di pubblico ministero e giudice, stanno lavorando per niente: le loro sentenze hanno solo valore simbolico. E, suggestivamente, intimidatorio. Quanto sta avvenendo, infatti, ha forse senso sul piano dell’etica ma non su quello del diritto, per cui se con ingiustificata sorpresa e grazie a magistrati in pensione, i tempi di questi processi sportivi (in tutti i sensi) sono infinitamente più brevi con l’evidente vantaggio di consentire di stabilire i calendari dei campionati, ci troveremmo inevitabilmente nel paradosso, fra sei mesi, otto mesi, o un anno, di vedere annullato tutto perché il tribunale sportivo appunto non è competente. Mi rammarico del fatto che nessuno abbia voluto sollevare la questione prima, e chiedo di sospendere immediatamente l’ennesima farsa fatta dagli emuli di Sante Licheri, ai danni degli italiani e, più in generale dello sport. Non occorre un giurista per intendere l’inevitabile destino di questi falsi processi i cui costi, come sempre, sono dei cittadini, vittime come tifosi e anche come contribuenti.