L’inevitabile ragion di Stato

Dunque, a rigor di logica, con l'esecuzione, non muore soltanto un dittatore, ma dovrebbero morirne due: Saddam Hussein e Marco Pannella. Sembrerebbe, infatti, singolare che, non avendo ottenuto il risultato sperato con lo sciopero della fame e della sete, Pannella se la cavasse approfittando del tempo breve fra la sentenza e l'esecuzione di Saddam Hussein che gli impedisce di morire, pur avendo perduto la sua battaglia. Coerentemente, il suo sciopero dovrà durare fino all'esaurimento della vita, non avendo ottenuto la sospensione della pena con il suo gesto plateale.
Ho sempre trovato insopportabili e inimitabili le sceneggiate di Pannella, strumenti di ricatto psicologico verso poteri deboli e suggestionabili. Ridicolo bere la propria pipì per due inutili giudici costituzionali, in nome di astratti principi di tutela delle forme (i giudici erano molto meglio sulla carta). Ancor più quando i digiuni, teatralmente incarnati nel suo corpo, alternativamente grasso e magro, ma sempre distinto come l'immagine riconoscibile di un grande attore, a metà strada fra Vittorio Gassman e Dario Fo, venivano interpretati da attori minori, comparse, caricature.
Oltre ai fanatici e obbedienti radicali storici, poco credibili come Stanzani o Cappato, il digiuno fu minacciato anche, per qualche ora, incredibilmente, da Mastella, di cui non si conosce, se non da ragazzino, la versione magra.
Pannella è un atleta, insieme un acrobata dei digiuni, vigilati da medici apprensivi, anche su tempi lunghi. Questa volta gli iracheni lo hanno fregato. E stava riuscendo anche a contagiare Prodi, e quasi a trascinarlo nella imitazione. Un Prodi digiunante sarebbe stato il capolavoro di Pannella, che è riuscito comunque a strappargli dichiarazioni sorprendenti, e, sorprendentemente, retoriche (oltre che inutili): «Rivolgo un ultimo accorato appello affinché prevalgano la saggezza e la magnanimità dei grandi». Il presidente del Consiglio Romano Prodi si appella così ad un atto di clemenza nei confronti di Saddam Hussein del quale appare ormai imminente l'esecuzione capitale. «Nessuna colpa è tale - osserva Prodi - da determinare un uomo a farsi portatore di morte per un altro uomo. Questo è un principio che accomuna tutte le civiltà e tutte le religioni. È il solo principio su cui è possibile costruire solidi e duraturi processi di pace».
Neppure Berlusconi, reclamando il primato dell'Occidente, aveva dimostrato una tale indifferenza politica, culturale e diplomatica per la ragion di Stato. Intendo che, pur essendo logica la contrarietà ideale, etica e filosofica per la pena di morte, la mobilitazione umanitaria che non vi fu per le sue vittime, nei confronti di Saddam Hussein, denuncia parecchie contraddizioni.
La prima delle quali è proprio nel non aver contrastato l'applicazione della pena di morte per reati meno gravi di quelli compiuti da Saddam Hussein e quotidianamente perseguiti in Irak. Perché chiedere a gran voce la grazia per il dittatore quando non lo si è fatto per le sue vittime? E non lo si fa per i condannati a morte, per reati sicuramente di minor gravità giustiziati quotidianamente in Irak?
L'esecuzione di Saddam Hussein non è una questione umanitaria, pelosamente evocata per la dimensione da star assunta dal dittatore, la cui personalità divide proprio perché non è un condannato senza nome, ma un esponente, sia pur negativo, dello star system, ma politica. Era giusto o sbagliato uccidere e appendere per i piedi Mussolini? E avremmo ascoltato la protesta di chi ci avesse spiegato che era più opportuno tenerlo in prigione? Non fu una inevitabile catarsi, dopo vent'anni di dittatura, eliminarlo anche fisicamente?
Ecco la ragion di Stato. Nessuno entrò nelle determinazioni del Comitato di Liberazione italiano che ordinò di fucilare senza processo i gerarchi fascisti catturati. Fu la Storia. Un Saddam che sopravvive per decenni in un carcere iracheno sarebbe come un Mussolini tenuto prigioniero mentre si scrive la Costituzione fondata sull'antifascismo.
D'altra parte ritorna ossessivamente il tema berlusconiano della superiorità dell'Occidente. Ogni volta che si tenta di affermare un principio etico o politico attraverso la forza, anche delle idee. È questo il principale errore degli americani in Irak, convinti di esportare la democrazia come valore imposto e non conquistato. Anche con la guerra civile.
Molto opportunamente un editoriale del Foglio affronta l'antinomia, con argomenti impeccabili. «Chi sostiene che con la commutazione della pena nell'ergastolo la democrazia irachena dimostrerebbe la sua “superiorità morale” rispetto al regime precedente commette l'errore di trasferire in una società islamica una concezione occidentale del rapporto tra politica e morale. Se in pressoché tutti gli Stati islamici è vigente la pena di morte, una ragione ci sarà. Pensare di imporre lì un modo di ragionare estraneo è una forma di colonialismo culturale, addirittura di presunzione di superiorità della civiltà occidentale: proprio quello che i difensori umanitari di Saddam vogliono negare».