L’inizio della svolta

Uno dei principi della politica - l'arte del possibile - è di evitare di cadere vittima dell'arrogante orgoglio - l’hubris greco - e di saper sfruttare gli errori dell'avversario. In altre parole di saper creare un cocktail di umiltà, pazienza e determinazione. Di questo cocktail ci sono in questa fine d'anno alcuni interessanti segni.
C'è, anzitutto, visibile anche ai ciechi, il senso di ritrovata moderazione - se non di umiltà - della presidenza americana finalmente cosciente dell'entità del disastro provocato dalla sua politica in Irak e della perduta capacità di opporsi all'espansionismo russo, cinese, per non parlare dell'ostilità di Paesi come l'Iran e il Venezuela. C'è lo smacco subito dalla Cina nei confronti del contenimento atomico della Corea del Nord e lo smacco dell'Europa nel contenimento atomico iraniano. C'è lo smacco subito da Israele per mano degli Hezbollah nel Libano, e quello subito dall'antiamericanismo nelle elezioni messicane. Tutto questo potrebbe portare ad un maggior senso di umiltà che nel linguaggio diplomatico si chiama realismo.
C'è però anche qualcosa di diverso e di non meno importante e cioè la possibilità di poter incominciare a sfruttare gli errori prodotti dall'hubris del nemico.
In Iran, l'estremismo populista di Ahmadinejad ha subito, d\all'interno, un primo rude colpo con le elezioni municipali e dall'esterno, quello meno rude de\lla minaccia di sanzioni da parte del Consiglio di Sicurezza. La risoluzione dell'Onu è pericolosa per Teheran non per il suo minaccioso ma condizionato e molle contenuto ma per il fatto che la risoluzione è stata presa all'unanimità (incluso il voto degli amici russo e cinese) e in base all'articolo 7 della Carta delle Nazioni Unite che lascia aperto il ricorso alla forza per la salvaguardia della pace mondiale.
In Libano il tentativo degli Hezbollah teleguidato dalla Siria e dall'Iran di far cadere il governo è fallito grazie al sostegno dato dall'Occidente al premier Siniora e alla presenza di una forza internazionale prudentissima ma capace se necessario di agire.
In Palestina, il tentativo di Hamas di aggirare l'embargo finanziario imposto dall'Europa in reazione al suo estremismo anti israeliano contrabbandando centinaia di milioni di dollari offerti dall'Iran, è fallito col concorso dell'Egitto. Se da un lato ha aumentato il pericolo di guerra civile in Palestina, dall'altro sembra aver dato il coraggio al presidente Mahmud Abbas di annunciare (senza fissare date) nuove elezioni contro Hamas accettando l'incontro che il premier israeliano Olmert aveva sollecitato da mesi e il presidente palestinese posticipato per tema di uscirne a mani vuote e con una lista di domande israeliane che sapeva di non potere onorare. I cento milioni che Olmert ha dato a Mahmud Abbas non rappresentano una svolta, perché Israele detiene 700 milioni di dollari prelevati sulle dogane palestinesi mentre il presidente palestinese non è per il momento in grado di affermare la sua autorità né sul governo di Hamas né su molte delle mafie armate in Palestina. Ma l'incontro appare un indice del fatto che entrambe le parti hanno compreso il reciproco interesse a moderare le proprie pretese e cercare il compromesso.
Infine c'è la batosta militare che le forze armate etiopiche sembrano avere effettivamente inferto alle milizie islamiche in Somalia. Nessuno può dire se e come questa nuova guerra fra poveri andrà a finire. Tuttavia, se si mettono assieme questi avvenimenti e vi si aggiunge la ormai chiara determinazione dei Paesi industriali, in particolare dell'America, di liberarsi dal ricatto energetico russo-islamico, forse in futuro, qualche storico scoprirà che questi giorni fra Natale e Capodanno hanno segnato l'apice dell'hubris anti occidentale e anti democratico dei così detti Paesi progressisti.
Se è doveroso in politica non illudersi mai, è tuttavia appropriato alla stagione il diritto di sperare.