L’INTERVISTA EMANUELE SEVERINO

Q uattro vertigini logiche. Quattro rigorosi sentieri tra le alte montagne della filosofia, una sfida per menti che camminano. Quattro sguardi sull'Occidente come di rado potete ascoltarli in televisione, dove con una battuta ci si sbarazza della Storia. Quattro appuntamenti - a partire da domani ogni settimana al Teatro Dal Verme, fino al 3 febbraio - con uno dei maggiori filosofi del nostro tempo, Emanuele Severino: «Con diversi incontri in serie si può compiere un percorso più approfondito di quello che si riesce a fare in un'ora nei festival. Per questo li ho accettati. Se la filosofia non giustifica quello che dice, è solo chiacchiera, rito, fusione di sentimenti. Vorrei invece esplorare alcuni temi con coloro che vorranno seguirmi».
Guardando i titoli delle lezioni - Il senso della verità dai greci all'età moderna, Ragione e fedi religiose, Filosofia e tecnica, L'Occidente tra follia e destino - si ha la percezione che il filo conduttore sia il prossimo futuro dell'Occidente relativista...
«Cioè, possiamo dire, dell'Occidente degli ultimi duecento anni. Il relativismo - il cui nome oggi circola così tanto grazie alla Chiesa - è un fenomeno più profondo di quanto si creda. Riguarda l'esito della Storia. Pensiamo a due tempi: il primo, quello della tradizione filosofica tout court fino a Hegel, è seguito da quello del tramonto degli dei, ovverosia lo smantellamento inevitabile di questa tradizione. Ecco, è il tempo del relativismo».
Perché uno smantellamento inevitabile?
«Perché non si tratta di un cambiamento di gusto, che Dio è morto perché la gente ha perso il gusto di credervi. Significherebbe che può rinascere. Io parlo di inevitabilità, di incontrovertibilità. Nelle conferenze verrà rovesciato un modo di pensare ancora prevalente, riconducibile per esempio a Marx, che vuole che sia l'esistenza e la vita dell'uomo a trasformare il mondo. Come dire, la filosofia sarebbe solo una sovrastruttura posta su una realtà di base. Non è così. Il discorso filosofico contemporaneo ha una sua invincibilità».
E perché parla di Occidente tra follia e destino?
«Siamo nel luogo profondo e essenziale dove già da sempre l'uomo vede la follia estrema di ciò che per l'Occidente è invece l'evidenza più indiscutibile: lo sporgere provvisorio delle cose dal nulla. Prima la precarietà delle cose era protetta da un Dio, poi da nessun Dio. Al fondo di ogni uomo sta peraltro ciò che il suo linguaggio non dice mai: che le cose non sono precarie. Tutto è eterno. Diciamo sempre l'opposto».
Che ruolo giocano dunque in questo contesto le diverse religioni?
«Si crede che ci sia opposizione tra Islam e Cristianesimo, ma essi stanno dalla stessa parte. Il loro nemico - d'altra parte il Pontefice lo ha rilevato - è la distruzione della tradizione occidentale. Questo è l'autentico scontro di civiltà, che non è tra le due religioni, che hanno in comune la relazione al Dio dei filosofi - greci - e al dio di Abramo, Isacco e Giacobbe».
Lei ha insegnato a lungo a Milano. Crede che i luoghi influiscano sul pensiero?
«Ritenere che qualcosa - sia pure rilevante come una città - influisca sul pensiero significa credere che la verità sia determinata da altro, cioè dalla non verità. Non vuol dire che una filosofia debba essere distaccata dalla quotidianità e dal tessuto sociale: ma la filosofia guarda il mondo, quindi Milano e, per quel che mi riguarda, il Brenta. Lei ha visto l'Olimpo? Dal basso, dalla pineta? È simile a una delle dieci guglie del Brenta che ho davanti alla mia casa di montagna».
E la famiglia?
«A 22 anni, insieme alla libera docenza, ho preso moglie: se guardo alla mia vita non saprei concepire un luogo di sviluppo - psichico, sentimentale - diverso dal matrimonio. Ma è inevitabile che si vada verso forme di aggregazione differenti: va in crisi lo Stato, figuriamoci se non ci va la famiglia».
C'è molta preoccupazione a riguardo...
«L'incertezza del nostro tempo è dovuta al fatto che si sta abbandonando l'antico riparo del divino, che garantiva un ordine sociale, morale, estetico. Si è come trapezisti che hanno abbandonato l'attrezzo a cui erano aggrappati ma non si sono ancora afferrati a quello che sta venendo loro incontro, cioè la tecnica».