L’inventore che trasforma i rifiuti in energia

Antonio Bertolotto è tra i leader italiani nella costruzione di centrali bioelettriche

Si definisce in molte maniere. A volte dice di essere «un architetto» del sistema ecologico, a volte preferisce invece affibbiarsi il ruolo di «ecologo processista» nel senso che lui inventa il modo per sanare una situazione di degrado lasciando poi ai tecnici il compito di rendere operativo il progetto. Ma nello stesso tempo Antonio Bertolotto chiarisce di essere anche un «inventore» con all'attivo una decina di brevetti; gli piace attribuirsi la nomea di «autodidatta» in quanto ad un certo punto lui, che ha fatto le medie con grande sofferenza, si mette a studiare chimica, biologia, persino un po' di teologia; ricorda che da giovane era chiamato ironicamente «patelavache» in quanto commerciava in bestiame ma anche «sette corpetti» per il fatto di essere velocemente in posti diversi. E racconta di avere svolto tanti mestieri prima di indossare i panni dell’industriale e costruire centrali bioelettriche che trasformano i rifiuti in energia: all'inizio il commerciante all'ingrosso di vitelli piemontesi nella zona tra Saluzzo e Pinerolo, poi l'emigrante negli Stati Uniti, quindi l'esperto di discariche in Bolivia. E di avere anche ricoperto, una volta rientrato in Italia, il ruolo del «Don Chisciotte» in quanto nessuno a Roma credeva ai suoi progetti industriali e quindi nessuno lo finanziava. «Davvero una vita come un romanzo», riconosce.
Come Marco Polo. Originario di Scarnafigi, un paesino del Saluzzese, classe 1953 e secondo di cinque fratelli, Antonio Bertolotto è titolare della MarcoPolo Environmental Group, un’azienda creata nel 1985 con un altro nome. Almeno in parte: si rifaceva sempre a Marco Polo, l'autore de Il Milione, per sottolineare la capacità di scambiare e scoprire tante cose come aveva fatto a suo tempo il mercante veneziano ma in più aveva una sigla, Bos, che voleva dire «Bodino Bertolotto organizzazione servizi». Dove Bodino è il nome della moglie, Noris Bodino, ancora oggi il suo braccio destro sul fronte dell'amministrazione. Tanto è vero che marito e moglie dividono, uno dirimpetto all'altra, lo stesso ufficio nel nuovo quartiere generale di Borgo San Dalmazzo, sempre in provincia di Cuneo. Ma ancora prima di quel MarcoPolo Bos era nata nel 1983 la società Ciclo per avviare una serie di studi di fattibilità sul compostaggio della parte organica dei rifiuti solidi urbani. Ed ancora prima avevano visto la luce altre società specializzate nella zootecnia. Ma non sempre con esiti positivi in quanto il ruspante Bertolotto, il quale dorme solo quattro ore per notte ed ha gli occhi azzurri molto vispi, ha avuto da giovanotto un paio di scivoloni. Una volta si era persino messo in società con un macellaio di Cornate d'Adda, nei pressi di Milano, affidandogli qualche centinaio di vitelli solo perché lui voleva prendere il brevetto di pilota d'aereo e si era trasferito a Locarno: otto ore di lezione teorica e un'ora di volo ogni giorno. Con il risultato che quella società era finita a gambe all'aria.
L’Irrequieto. Di fatto Bertolotto è un panzer. Diciamo pure un irrequieto. Guarda costantemente avanti, cerca sempre qualcosa di nuovo e quindi fa anche presto a scrollarsi di dosso qualsiasi tipo di scivolone. Del resto è venuto su alla scuola del padre, Modesto, anche lui commerciante all'ingrosso di bestiame, uomo di principi ma di poche parole. E quando il giovane Antonio, che va a scuola dai salesiani a Valdocco, nei dintorni di Torino, viene bocciato un anno alle medie, il padre gli mette in mano una bici e lo spedisce a girare tra le cascine in cerca di vitelli da comprare. Se ne compra uno, allora la cena è assicurata; altrimenti salta. O quasi. Così Antonio, che non ha proprio voglia di studiare, si trasforma a 16 anni in commerciante di bestiame, girando per i mercati e i casolari. «Ritornavo a casa la sera completamente cotto», ricorda. Non solo lavora con il padre ma si mette anche in proprio: parte con diciotto vitelli acquistati in Francia con i soldi delle mance e li affida per l'ingrasso a vari contadini. Lui fornisce gli animali, il latte in polvere e le medicine, gli altri mettono il lavoro, la stalla e l'acqua. Ed in questo modo arriverà ad avere più di duemila vitelli con ben tredici società. Lavora come un matto ma a 24 anni ha un crollo fisico. Il medico gli dice: «Sei un giovane vecchio, di questo passo vivrai solo altri dieci anni». Un colpo basso. E lui, che non ha mai letto un giornale in vita sua, ne compra allora uno e trova un articolo su un'università americana che gli suscita curiosità. E gli viene voglia di andare negli Stati Uniti. Liquida ogni cosa, saluta la famiglia e arriva con cinquemila dollari la sera del Capodanno 1977 a Columbus, nell'Ohio, ospite di un amico calabrese che fa il fornaio. Si mantiene lavorando come garzone di bottega, decide poi di aprire una catena di punti vendita di pizze per le auto in transito, pensa di stabilirsi nella zona fino a quando lo raggiunge una telefonata del padre: «Hai finito di fare il matto?». E allora torna in Italia dopo avere visitato un discreto numero di allevamenti di bovini. Così quando è a casa in Piemonte e gli allevatori hanno il problema dello smaltimento dei liquami, lui ha una soluzione bella e pronta: riciclare i liquami in fertilizzanti.
Il primo brevetto. Si sposa, gli viene voglia anche di studiare chimica e biologia, ha come maestro un docente di agraria, Guido Sasso, che gli insegna tutto quello che c'è da imparare sulla fertilità dei terreni, nel 1986 deposita il primo brevetto specializzandosi nel recuperare le grandi biomasse di scarto agroindustriale e nel trasformarle in energia al punto da andare come consulente anche in Bolivia, Ecuador, Perù, Brasile, Costa d'Avorio, allorché si costruiscono in quei Paesi nuovi impianti di bonifica dei rifiuti, dalla canna da zucchero all'ananas e alla banana. Ma quando dopo quattro anni rientra in Italia, trova tutte le strade sbarrate: nessuno sembra interessato a finanziare impianti in grado di eliminare i gas delle discariche e i cattivi odori. Manda in giro più di ottocento lettere ma la musica non cambia. Finché nel 1992, allorché esce in Italia la legge che finanzia l'energia verde, si fa vivo il presidente della municipalizzata di Bassano del Grappa: è interessato a trasformare il biogas della discarica in energia. E con la costruzione di quel primo impianto, progettato da un ingegnere torinese, Sergio Bianchi, il MarcoPolo decolla. Il biogas, composto per il 50% da metano e per il resto da anidride carbonica, azoto, ossigeno e altri gas, viene captato e quindi inviato ad un impianto piuttosto sofisticato per la sua pulizia e poi viene impiegato come combustibile grazie al potere calorifico del metano. E l'energia elettrica viene venduta. Sostiene: «Ho solo applicato quel che ho appreso come allevatore di bestiame: ogni animale è un termosifone a ciclo chiuso».
Verso la leadership. Con oltre trenta centrali funzionanti, altre dieci in costruzione e 50 MW installati (i maggiori impianti sono a Inzago di Milano, Guidonia di Roma, Giuliano di Napoli) ed una serie di brevetti su microrganismi non geneticamente modificati che producono vari tipi di muffe utilizzate nella pulizia di aree inquinate, MarcoPolo tratta il 12% dei rifiuti italiani ed è tra le aziende leader in Europa nella bonifica delle discariche con 150 dipendenti, un fatturato di 40 milioni di euro e società di engineering sparse dall'Argentina alla Tunisia, dal Portogallo alla Polonia ed ora anche a Pechino.
Spiega: «Contrariamente a quanto si dice, i cinesi sono molto sensibili al problema. Tra vent'anni ci saranno anche loro a gestire l'ambiente in Europa».
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