«L’invidia» di un anno al governo

Difficile credere che uno scrittore affermato, un uomo di successo, ricco e fortunato ma anche colto e ironico come Alain Elkann, possa provare invidia. Eppure il suo libro, intrinsecamente moraviano, L’invidia (Bompiani), racconta una storia vera che io conosco e riconosco nei dettagli essendo interamente derivata dalla nostra comune esperienza nell’anno in cui io fui al governo. C’era stata, nei mesi che avevano preceduto quella breve ma folgorante esperienza, una impazienza, un’improvvisa accelerazione dei nostri rapporti consumati negli anni precedenti con intermittenti frequentazioni e una distaccata amicizia. Mia sorella nella casa editrice, le mostre, la televisione erano state occasioni per incontri cordiali, scambi di idee, occasioni esterne. Ma l’euforia di quei giorni con la riscossa di Berlusconi e la formazione del nuovo governo avevano messo Elkann in una straordinaria fibrillazione per ottenere il risultato che un amico, così irregolare e imprevedibile e così informale nei comportamenti, quale io ero, diventasse ministro. Della Cultura, poi. E quindi della letteratura. Per ottenere il risultato mosse anche il potentissimo suocero Gianni Agnelli, da sempre ammirato e «invidiato» da Berlusconi. La storia si conosce. Fui sottosegretario, ma tanto bastò a determinare un sodalizio che ci fece lavorare insieme al vertice del ministero, in pieno accordo con il ministro, per un anno intero, tutti i giorni.
Parlo di questo perché L’invidia è un libro di storia e racconta non solo ciò che accadde ma anche ciò che sarebbe potuto accadere se le cose fossero andate secondo il nostro divisamento. Perciò è completamente falsa e quasi ridicola l’avvertenza, convenzionale, con cui il libro si apre: «Questo libro è un’opera di fantasia. I personaggi e le vicende sono invenzioni immaginarie dell’autore. Qualsiasi analogia con eventi realmente accaduti o con persone vive o scomparse è del tutto casuale». La stessa dedica della mia copia smentisce queste quasi paradossali parole: «A Vittorio, il Matteo S. di questa storia (chi sa leggere capisce...)». Esattamente così. E dunque, nella storia (vera, anche nei dettagli) Julian Sax è Lucien Freud, Charles Bloom è Robert Hughes, Rossa, la moglie di Elkann Rosi, Cesare, Peter Glidewell. Insomma, ci siamo tutti. E si racconta del nostro vano tentativo, in perfetto accordo con il fido ministro, per portare alla direzione della Biennale Arti Visive non, come fu, il modestissimo Francesco Bonami ma un grande critico e scrittore, Robert Hughes. Andammo a Madrid e a New York per incontrarlo e convincerlo e anche per portare alla direzione della Biennale Cinema Martin Scorsese, che inizialmente accettò, ma fu poi dissuaso da amici italiani (Veltroni? Pontecorvo?) che gli spiegarono che noi eravamo un governo «fascista».
In quei giorni appassionanti, oltre alla Biennale di Venezia, ci occupammo di tante cose, dagli incontri con filosofi e scrittori nei musei, agli accordi culturali per il restauro del museo di Kabul in Afghanistan, ai palazzi italiani a Tangeri, il convegno su «Orazio e Artemisia Gentileschi» a New York, sempre con slancio ed entusiasmo di Elkann fino all’organizzazione della Fiera del Libro di Parigi (di cui tanto si parlò da mettere in ombra Francoforte) con il padiglione d’Italia, ospite d’onore, concepito da Pierluigi Pizzi a imitazione della Biblioteca Palatina del Petitot a Parma e lo sgradevole scontro con l’allora ministra Tasca (anch’essa suggestionata dagli scrittori in finto esilio a Parigi, Camilleri, Tabucchi e Consolo, per protesta contro il nostro solito regime «fascista»).
In quei mesi Elkann era sempre allegro, spiritoso, divertito per il nostro continuo tentativo, spesso riuscito, di spiazzamento, rispetto alla retorica. E credo che anche in tante circostanze, in viaggi, incontri, visite a mostre e musei avesse profondamente capito il senso della mia impresa e il tentativo di affermare alcuni principii. Nello specifico dell’arte contemporanea la vitalità, la resistenza della pittura, in Italia tenuta viva, fra gli altri, da un grande scrittore come Giovanni Testori, mentre intorno dilagavano espressioni provocatorie, pubblicitarie, legate alle mode.
Il simbolo di questa visione poteva essere ben rappresentato dal pittore Lucien Freud. E di tutta la fatica e la ricerca di quei giorni con la sconfitta sulla Biennale proprio al termine degli scontri parigini con i manifestanti contro l’Italia introdotti dalla Tasca, ciò che è rimasto fu proprio la grande esposizione dei dipinti di Freud al museo Correr di Venezia durante, ma non dentro, l’ultima Biennale. Due mondi, due visioni. Ma anche, per Elkann, la possibilità di confermare le convinzioni maturate durante quella nostra esperienza.
Per Freud, Elkann concepì l’invidia che descrive in questo libro. Lo dichiara con candore: «Le confesso che provo una grande invidia per lui, vorrei saper scrivere dei libri che abbiano lo stesso successo dei suoi quadri, ma non ci riuscirò mai». Dalla grande ammirazione per il pittore inglese discende questa storia intensa e vera, cronaca di un momento intenso e irripetibile. L’abilità di Elkann è di confondere il reale con il verisimile insinuando nelle situazioni psicologiche, tutte individuali, larghissimi frammenti, pazientemente ricuciti, di vita vissuta. Alla fine, fra tanta verità, resta incerto soltanto se egli provi, o abbia provato, l’invidia di cui parla. O che essa non sia, piuttosto, una metafora per trasformare la cronaca degli eventi in storia interiore. In fondo l’invidia è un sentimento nobile, se ci spinge a emulare chi ha fatto quello che noi vorremmo, o non siamo riusciti, a fare. Forse il vizio vero di Elkann non è l’invidia, ma la vanità. L’amara consapevolezza che tutte le nostre azioni sono volte alla ricerca del successo, della gloria. Come è di ogni scrittore, da Leopardi a Moravia. Ma la vanità è l’opposto della vanitas. Perché tutto è vano e ogni nostra azione è destinata alla sconfitta. Soltanto l’invidia può farcelo dimenticare.

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