L’ipocrisia che uccide

Chi ha bambini dell’età di quelli che sono morti ieri nel Vercellese, al ritorno da una gita scolastica, può ben capire lo strazio dei genitori di Stroppiano. Può ben immaginare che cosa passi nella mente di quelle mamme e di quei papà: il ricordo delle prime ore del mattino, i bambini che si svegliano felici perché c’è la gita, la colazione fatta in fretta perché se no perdiamo il pullman, il pettine che scorre veloce sui capelli, il sacchettino della colazione al sacco, un maglioncino da annodare ai fianchi perché non si sa mai. C’era tutto un mondo, davanti a quei bambini: i prati verdi, gli amichetti, un pallone, una gioia infinita. A quell’età tutto è infinito: il tempo scorre lento, interminabile, anzi non esiste, e la morte è un’idea astratta.
Eppure. Eppure non sapevano che c’era la morte «quel giorno che li aspettava», come cantava Guccini. «Quando si è giovani è strano», figuriamoci quando si hanno sei o sette anni. La morte di un bambino è lo scandalo supremo, l’inversione del ciclo naturale, la Grande Ingiustizia che grida vendetta al cielo.
Ma lo strazio, il dolore, il rispetto per i morti e per i vivi rimasti a piangere i propri morti non possono esimerci dal dire che non è contro il cielo che oggi vien da gridare. Questa tragedia svela una delle più sporche ipocrisie del nostro tempo: la retorica secondo la quale «chi si droga fa male solo a se stesso, quindi sono fatti suoi, quindi nessuno - tantomeno lo Stato - può rompergli le scatole». È il refrain con il quale legioni di pseudoliberisti hanno contestato ogni iniziativa tesa a punire l’uso di stupefacenti, cannabis compresa. Della legge Giovanardi-Fini si è contestata perfino la parte con la quale si voleva imporre, a chi fa uso di cannabis, un periodo di cura. «Droga libera, droga libera!» gridano coloro che si autonobilitano con l’etichetta di «antiproibizionisti», termine che fa tanto fico.
A costoro, il 13 marzo scorso avevo posto dalle colonne di questo giornale la seguente domanda, che riporto testualmente: «Signori teorici del chi-si-droga-sono-fatti-suoi, mandereste vostro figlio su uno scuolabus guidato non dico da un eroinomane, ma anche solo da uno che si fa le canne?». Che tragica profezia: ieri si è scoperto che l’autista del pullman uscito di strada nel Vercellese - in pieno giorno, in pieno rettilineo, con visibilità perfetta e senza traffico - aveva tracce di cannabis nel sangue. Cannabis: la droga che molti nostri politici, magari anche ministri, si ostinano a chiamare «leggera».
È presto per dire che sia quella la causa del malore che ha fatto perdere il controllo all’autista. Può darsi che ci sia anche un altro fattore. Ma che la guida sotto l’effetto di stupefacenti sia pericolosa, è un fatto: ieri tutti i medici (e tutte le statistiche sugli incidenti) lo hanno confermato. Insomma quel che è successo nel Vercellese è una delle molte dimostrazioni di una verità tanto evidente quanto ostinatamente negata: chi si droga fa male anche agli altri.
Qualcuno obietta: anche chi guida ubriaco è un pericolo pubblico. Ma certo. Però mentre nessuno - nessun «intellettuale» e nessun politico - sostiene che chi si ubriaca danneggia solo se stesso, c’è tutto un movimento di opinione politically correct secondo il quale non bisogna mettere il becco negli affari di chi fuma spinelli e di chi sniffa cocaina.
Non so se la legge Giovanardi-Fini fosse perfetta. Non so neppure se sia sempre giusto l’arresto di chi si droga: anzi, in molti casi penso che non lo sia. Sono soprattutto convinto che il drogato sia una persona che spesso viene da una sofferenza, e che vada più aiutato che punito. Ma su due cose non può esservi dubbio. La prima: chi si droga fa sempre male al suo prossimo - non solo quando guida - perché la vita è fatta di relazioni, e ogni nostro atto ha una ricaduta sul nostro prossimo. La seconda: una legge che liberizza l’uso, anche minimo, di sostanze stupefacenti, è una legge sciagurata perché le leggi fanno tendenza, convincono la gente che se una cosa è ammessa dallo Stato vuol dire che non fa male.
L’autista della gita della morte è ora agli arresti. Non mi fa nessuna pena. Ma ancor meno me ne fanno i suoi mandanti morali, quei sepolcri imbiancati che si riempiono la bocca di parolone come «liberalismo» e «democrazia» per coprire le proprie misèrrime storie personali.
Michele Brambilla