L’ospedale inaugurato e mai aperto

Nessun dubbio che i napoletani avrebbero trovato il modo di convivere con i rifiuti. D’altra parte l’emergenza ha reso fisiologico ciò che era patologico, e ha reso stabile ciò che era occasionale. In molte parti di Napoli, da molti anni, l’immondizia è familiare, e ha rappresentato un cancro con il quale ci si adatta a convivere. Ora il cancro è diventato metastasi, non risparmia nessun punto della città, i napoletani trasmettono da un quartiere all’altro l’esperienza. Con i rifiuti la città è diventata una enorme favela nella quale non ci sono regole che si debbano rispettare in nome della legge, perché la legge ha mancato il suo compito. Nessuna fiducia in Bassolino, nessuna nella Russo Iervolino, ma nessuna anche nelle reali possibilità del commissario straordinario De Gennaro. La soluzione non è stata trovata e non si troverà. Occorrerà aspettare le nuove elezioni e, una volta che la destra sarà al governo, accettare misure impopolari che non potranno essere compromesse alla urgenza del consenso.
In questa fase nessuno si può permettere di mostrare il volto dell’arme, nessuno può rischiare di perdere voti, oltre quelli che ha già perso e perciò i napoletani sono rassegnati. Ma dalla rassegnazione non mancano di trarre soddisfazione. E intanto, nell’emergenza nessuno può chiedere niente, la legge non può essere applicata, ma nessuno può pretendere che si paghino le tasse. La città si può avvantaggiare dello stato di calamità, i cittadini possono chiedere (e magari non ottenere) ma non dare. Una condizione ideale. Si può dunque stare acquattati dietro i rifiuti. Si può non lavorare. Gli studenti possono evitare di andare a scuola. Gli amministratori sono pronti a giustificarli e a fornire loro un alibi.
D’altra parte l’immondizia offre garanzie. Se le scuole restano chiuse i giovani non rischiano di incontrare docenti deficienti. Se nella scuola vi debbono essere professori come quelli che hanno firmato (e pare che si siano moltiplicati) l’appello contro il Papa, è salutare (per la salute mentale) che i giovani non vadano a scuola. Rischierebbero di farsi contagiare. Vi sono dunque già alcuni vantaggi che vengono dall’immondizia, i napoletani non hanno certamente mancato di accorgersene.
Arrivano oggi notizie della felice convivenza con i rifiuti: nelle strade intasate si possono delimitare i confini di un campo di calcio con gli spalti costituiti dall’immondizia. Ma poi si possono organizzare dei mini campionati di slalom fra i rifiuti o di corsa ad ostacoli, di salto in lungo. Come esempio delle favelas si può iniziare a riciclare una parte di rifiuti, nella fascia alta seguendo l’esempio di Piero Manzoni, e producendo opere d’arte; nella fascia bassa producendo oggetti di artigianato, cestini, scatole, pannelli.
Il caso ha voluto che qualche giorno fa io sia stato a Viadana, laborioso centro della Padania, a visitare l’azienda di Mario Saviola, aspirante artista, ma, allo stato, straordinario produttore di pannelli per mobili e di mobili: 350mila pezzi al mese. Tra un quadro e l’altro, con anima serena, Saviola mi ha detto di ricavare i suoi pannelli da scarti differenziati di immondizia, prevalentemente organica: alberi, radici, erbe, fieno. Mi ha portato a vedere una montagna di immondizia destinata a essere riciclata e trasformata. In un sistema meno organizzato, i napoletani stanno sicuramente producendo oggetti ricavati dai rifiuti, così come quando, in visita alle vittime dell’eruzione del vulcano a Zafferana Etnea, vidi alcuni industriosi calamitati ricavare dalla lava portacenere. I napoletani hanno due mesi davanti, due mesi di assoluta immobilità, per organizzarsi. In attesa che il nuovo governo prenda quelle misure impopolari che obbligheranno gli occupanti a liberare le discariche e ad accettare di essere destinatarie dei rifiuti perché ritorni la normalità. Ma la normalità contraddice lo spirito di adattamento che è il genio stesso dei napoletani in qualunque circostanza. Per cui adesso si trovano soluzioni provvisorie, fra due mesi si chiederà di farle diventare definitive. La precarietà, l’abusivismo, la criminalità troveranno un comodissimo alibi nell’immondizia e, in quel momento, la pulizia apparirà un rischio.
D’altra parte se questi disagi sono toccati a Napoli non è per caso, né all’improvviso; probabilmente occorreva che la metafora si facesse realtà e che fosse chiara la condizione del Meridione e la vita differenziata dei cittadini rispetto a quelli del Nord. Anche l’immondizia è un volto dell’apocalisse.