L’ultrà, la sua auto e l’avvocatessa uccisa

SCONTRI Al processo per gli scontri durante l’ultimo derby, rivelati i legami tra tifo organizzato e malavita

(...) sui suoi legami con il mondo del crimine organizzato. Perché fu lui, leader indiscusso della curva rossonera, a fornire l’auto usata dal killer Luigi Cicalese per un delitto efferato, e per poi lasciare subito dopo la città. Sulla Clio nera di Luca Lucci, il 31 ottobre 2006 Cicalese andò ad appostarsi sotto casa dell’avvocatessa Maria Spinella prima di crivellarla di colpi. E con la stessa auto fuggì a Courmayeur dopo il delitto. A passargli l’auto di Lucci fu Daniele Cataldo, rapinatore e spacciatore, amico d’infanzia del capo ultrà.
Ieri, quando questo singolare filo rosso tra il mondo del tifo organizzato e quello del crimine viene alla luce, Lucci smette improvvisamente di ridere. A rivelare il dettaglio è Celestina Gravina, il pm che indagò sulla morte dell’avvocatessa Spinella. Per caso, la Gravina era di turno anche il 15 febbraio scorso, la sera del derby. E si è così trovata a indagare sulla spedizione degli ultrà milanisti, che alle 20.34 scendono dal secondo anello del Meazza per vendicare l’affronto di uno striscione strappato. Ne seguono 55 secondi di follia, immortalati dalle telecamere della Digos.
I filmati vengono proiettati in aula ieri, per la prima volta. Quando il nastro segna le 20.36 si vede Lucci che carica il destro e colpisce in piena faccia l’interista Virgilio Motta, spaccandogli l’iride e rendendolo cieco per sempre dall’occhio destro. In aula, sono a pochi metri. La vittima, con l’occhio bendato, accanto al suo legale Consuelo Bosisio. Dietro di lui Lucci, enorme, con la t-shirt nera d’ordinanza, guarda scorrere il filmato delle violenze e quando il giudice gli chiede se si riconosce conferma sghignazzando, «Certo che sono io, basta vedermi di profilo!». Poi, non bastasse, si mette a insultare la vittima, il giudice lo caccia, e lui continua in corridoio: «’Sto pezzo di merda. ’Sto scemo».
Sembrerebbe un crudo, banale trattato di sociologia metropolitana. I dieci ultrà sulla panca degli imputati. I loro amici arrivati a solidarizzare. I capelli a zero. Le donne pallide, torve. Nessun accenno di contrizione. Guardano scorrere le immagini. Qualcuno si identifica nelle immagini. Altri negano di ritrovarsi in quella ressa di incappucciati, di black bloc da stadio, di cazzotti che vanno e vengono. Poi iniziano gli interrogatori. Il primo è lui, Luca Lucci. Racconta come la Curva sud stesse preparando la coreografia per il derby da sei mesi. Che, appena l’hanno dispiegata, da sotto gli interisti hanno iniziato a strapparla. «Siamo scesi per avere un chiarimento, non per fare a botte». Ma le immagini lo ritraggono mentre, come prima forma di chiarimento, si mette a distruggere lo striscione della «Banda Bagaj» interista. E inizia la sarabanda.
«Siamo tutti ragazzi normali», sbruffa Lucci. Ma poi arriva la domanda che non si aspetta. La faccenda dell’auto del killer. Apparentemente non c’entra con il processo, ma getta una luce diversa sulle sue retrovie. E costringe a ricordare come non sia la prima volta che i Guerrieri Ultras, gruppo che ha cannibalizzato la curva milanista, inciampano in una brutta storia.