L’uomo che ha acceso la casa con una scintilla

Un paio di settimane fa alla Bpt, terza in Italia e quarta in Europa nei videocitofoni ma specializzata anche nella termoregolazione e in videosorveglianza, hanno risposto picche alla proposta di essere acquistati da un’azienda vicentina. «Onorati ma non ci interessa», hanno detto. Tanto più che vogliono essere invece loro a fare acquisizioni. Sicuramente all’estero. E proprio per avere le risorse finanziarie necessarie per crescere ulteriormente nel mondo della domotica, e cioè della «casa intelligente» e del «villaggio digitale», all’inizio dell’estate chiederanno alla Consob di essere quotati in Borsa al mercato Expandi. Il collocamento sarà curato da Société Générale in qualità di advisor, da Banca Imi e Banca Akros come global coordinator. «Pensiamo di essere quotati entro l’anno e di ricavare dall’operazione dai 20 ai 30 milioni di euro», sostiene Sandro Marcorin, amministratore delegato della Bpt.
La Bpt è un’azienda del Nord-Est in quanto ha il quartiere generale a Cinto Caomaggiore, in provincia di Venezia, per quanto quasi al confine con quella di Pordenone. Ma ha un nome che la lega indiscutibilmente al Nord-Ovest. Significa, infatti, «Brevetti Plozner Torino». E questo perché il signor Lisio Plozner, un friulano originario della Carnia e dal cervello fino, lascia nel secondo Dopoguerra la sua terra e va a Torino in cerca di fortuna. Fa un po’ di mestieri, ripara le radio in quanto ha fatto la scuola della Radio Elettra, lavora come operaio anche alla Fiat, soprattutto s’ingegna nell’inventarsi cose nuove pastrocchiando in un garage di via Limone.
Idee geniali. La prima idea è il campanello di casa con la targhetta luminosa. E dal momento che il lavoro non manca e lui brevetta a tutto spiano, Lisio Plozner fonda nel 1953 la Bpt e si trasferisce in un capannone di Cascine Vica, nell’hinterland torinese. Una decina d’anni più tardi decide di tornare a casa: mantiene sempre lo stesso nome che gli ricorda Torino e trasferisce lo stabilimento proprio a Cinto Caomaggiore, il paese di nemmeno cinquemila abitanti che di recente ha espresso con un referendum la volontà di lasciare il Veneto e di passare sotto il Friuli-Venezia Giulia. E lì Plozner continua a produrre campanelli con i portanome retroilluminati e a inventarsi prodotti nuovi per la casa, dal citofono parla-ascolta al primo sistema videocitofonico e al primo termoregolatore con controllo della curva della temperatura nelle ventiquattro ore.
S’inventa anche, battendo persino le multinazionali, un apparecchio ospedaliero che riceve un segnale dalla Tac o dalla risonanza magnetica e lo trasferisce su carta fotografica.
Ma il suo prodotto più famoso è il Flint, l’accendigas piezoelettrico. «Ne sono stati venduti - racconta Sandro Marcorin - milioni di pezzi; oggi sono appannaggio dei cinesi e noi ci limitiamo a produrne solo qualche migliaio».
La famiglia. Marcorin, Sandro Marcorin, è il nipote di Lisio Plozner il quale è scomparso nel 1998 a 76 anni e ha avuto quattro figlie, tutte con la «V» iniziale nel nome: Vittorina, Vanilla, Valeria, Vilma. Anzi, nei primi anni Ottanta apre persino un’aziendina con le loro iniziali, «V4», per realizzare prodotti destinati per lo più al campeggio ma anche alla viticoltura tipo le forbici per l’uva. Occhi azzurri come il nonno, una sorella più grande, Rebecca, che fa la psicologa a Padova, Sandro è figlio di Vanilla e di Alessandro Marcorin, un antiquario con un passato da direttore commerciale in un'impresa farmaceutica. E ha trentaquattro anni, essendo del 1973.
Perito aeronautico al Malegnani di Udine, brevetto di volo, Sandro Marcorin avrebbe voluto fare il pilota d’aereo. Cerca anche di entrare all’Accademia, ma non viene accettato in quanto prende cinque e mezzo nel tema di italiano. Fa allora il militare a Udine, in fanteria, si iscrive anche a ingegneria meccanica a Trieste ma nel 1996 nonno Plozner lo chiama in azienda.
Ha 23 anni, fa prima l’operaio in officina, quindi si occupa del miglioramento produttivo, infine diventa direttore tecnico. E si muove all’ombra di un tutor, Bruno Morandini, braccio destro del nonno, esperto di finanza con esperienze alla Danieli e alla Snaidero, vicepresidente della Bpt. Anzi, qualcosa di più in quanto nonno Plozner gli ha conferito un modesto pacchetto di azioni con un incarico molto delicato: fare l’ago della bilancia tra le quattro sorelle. E da Morandini il giovane Marcorin impara in particolare questo concetto: la famiglia non c'entra nulla con l’azienda.
Verso la svolta. Un insegnamento che gli servirà dopo la morte del nonno: nel 1999 Vanilla e Vilma Plozner, entrambe operative in azienda occupandosi la prima di produzione e ricerca e la seconda di vendita e amministrazione, rilevano dalle altre due sorelle la loro quota nella Bpt che opera sempre nel campo dei citofoni, termoregolatori, alimentatori ma vuole anche cambiare pelle nel senso che, da impresa elettromeccanica che fa un po' di tutto, cerca di aprirsi all'elettronica, a nuove forze, a nuovi know how.
Ed è in particolare il giovane Sandro, affascinato dal mondo della domotica, a spingere in questo senso l’acceleratore. Nel 2002 la svolta: zia Vilma esce dal capitale dell’azienda che rimane nelle mani della famiglia Marcorin e cioè mamma Vanilla e i due figli. Con mamma Vanilla che assume l’incarico di presidente mentre Sandro diventa amministratore delegato. Stabilendo anche una regola pensata già a suo tempo da nonno Plozner: per il marchio di famiglia non avrebbe mai dovuto lavorare più di un discendente alla volta. Nel 2003 entra poi con un 10% la finanziaria Friulia, mentre la Bpt amplia il suo raggio d’azione acquisendo la Brahms di Milano e la Pinkerton di Bologna, due imprese specializzate nel settore della sicurezza antintrusione, antincendio e videosorveglianza. E dà fiato alla ricerca che occupa una trentina di persone. Spiega Marcorin: «Siamo ora un’azienda elettronica che sviluppa sistemi integrati per le abitazioni, dal videocitofono all’automazione della casa». Con 315 dipendenti (243 in Italia), un fatturato di 54 milioni di euro, l’export che incide per il 41%, filiali in Sud Africa, Florida e Slovenia, un nuovo quartiere generale in fase di realizzazione a Sesto al Reghena, in Friuli.
Un vero «Joker». Sposato con Eliana Borra, titolare di un centro benessere a San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone, Sandro Marcorin, soprannominato dai tempi di scuola «Joker», il jolly, ha la stessa eccezionale manualità di nonno Plozner. Così si costruisce di sera nel garage di casa, a poche centinaia di metri dall’azienda, biciclette in carbonio e kevlar e modellini di aerei della Seconda guerra mondiale. Ma modelli che volano, pesano attorno ai venti chili e utilizzano motori a cinque cilindri da nove cavalli. E dal momento che rientra a casa sempre prima della moglie, si diverte anche a preparare la cena. La sua specialità: spaghetti alla chitarra con capesante e calamaretti. Ma per quanto sorrida spesso, nel lavoro è un duro. E lo riconosce.
Ora sta lavorando a un sistema per la gestione dei «villaggi digitali» utilizzando un brevetto Bpt che sfrutta l’economico cavo coassiale, quello cioè del normale segnale televisivo. Un sistema, in sostanza, in grado di fare dialogare in un complesso edilizio tutto ciò che è elettronico, dalla rete telefonica a quella televisiva. Con il videocitofono destinato a diventare il primo terminale a livello di importanza. Negli ultimi dieci anni, commenta, «abbiamo investito in ricerca più di 15 milioni di euro».
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