LALLA ROMANO Diario di un’insegnante

Il giardino di via Brera 17, con la sua grande magnolia. La Scala, il Conservatorio. La scuola di via Arconati.
La Milano di Lalla Romano è tutta qui, aristocratica e austera. La scrittrice di Cuneo impara a conoscerla nel '47 quando da Torino vi si trasferisce con il marito Innocenzo Monti, illuminato banchiere amico di Montale e Sereni. A Milano Lalla Romano comincia a scrivere e vi rimarrà fino alla morte, il 26 giugno 2001. Ora la «sua» Milano, grazie al dipartimento di filologia moderna della facoltà di Lettere della Statale, omaggia l'autrice di una mostra e un convegno in occasione dei festeggiamenti per il centenario della sua nascita, avvenuta nel novembre del 1906.
Milano per Lalla Romano è il luogo della scrittura, è lo spazio della narrazione da affiancare alla pittura e alla poesia, cui si era dedicata negli anni precedenti. Ma Milano è anche il luogo degli incontri importanti, delle frequentazioni con Eugenio Montale e casa Bacchelli, e poi Cesare Segre, Dante Isella, Giovanni Raboni.
È la città dell'insegnamento delle materie letterarie alla media Arconati, dove fu docente - a modo suo: pochi manuali e molte letture in classe - per undici anni. L'universo di Lalla Romano, che è poi un universo intimo, fatto di frequentazioni isolate, quasi sempre serali e lontane dai profondi mutamenti che negli anni Cinquanta stava vivendo la nostra metropoli, emerge dall'esposizione di diari, testi inediti, prime edizioni e fotografie nella mostra «Lalla Romano scrittrice a Milano» curata da Giuliana Nuvoli, docente di letteratura italiana alla Statale, e da Antonio Ria, secondo marito dell'autrice e custode del suo archivio e della sterminata biblioteca.
«Sono esposte le prime edizioni delle opere di narrativa di Lalla Romano a partire dal '51 - spiega Giuliana Nuvoli - fogli, scritti inediti e riflessioni. Una sezione è dedicata all'esperienza dell'insegnamento, un'altra alla sua casa, ambiente imprescindibile per la genesi delle sue opere».
È in via Brera che Lalla Romano passa la maggior parte della sua vita: «Non saprei altro che scrivere di me stessa», soleva ripetere e il lettore incontra tutto il suo mondo ne «La penombra che abbiano attraversato» (1964), «Le parole tra noi leggere» (1969, Premio Strega e causa di un conflitto mai risolto con l'unico figlio Pietro), «L'ospite» (1973).
Lei che ammirava Virginia Woolf ed Emily Dickinson, che leggeva voracemente romanzi e saggi di storia dell'arte, guardava Milano dal giardino di casa e, spiega Giuliana Nuvoli, «amava la città perché la trovava algida, severa e distaccata come lei».
Le foto esposte e scattate da Antonio Ria ritraggono una donna ormai in età matura che amava i concerti, le passeggiate in centro e le conversazioni ispirate all'intelligenza. Con l'auspicio che il patrimonio della sua biblioteca, che ha sede nella casa di via Brera, trovi presto una degna collocazione pubblica, non si può non ricordare una frase che la stessa autrice scrisse pensando alla sua morte: «Di quello che ho fatto vorrei che restasse quello che ho scritto». «Di certo - conclude Giuliana Nuvoli- resta la testimonianza di un esercizio severo della scrittura e la misura etica della sua arte». Esercitata da una donna per la quale vita e letteratura furono, in fondo, la stessa cosa.