Lecce, per omicidio consigliere Idv due arresti, sono nonno e nipote

L'inchiesta sulla morte di Giuseppe Basile, consigliere provinciale di Lecce: presi Vittorio Colitti di 66 anni e Vittorio Luigi, di 19. Movente: vecchi rancori di vicinato

Ugento (Lecce) - Dopo oltre un anno di indagini, sembra risolto l'omicidio di Giuseppe Basile il consigliere provinciale di Lecce dell'Idv, ucciso a Ugento la notte del 15 giugno 2008. I carabinieri del comando provinciale di Lecce e agenti della Questura del capoluogo salentino hanno arrestato la scorsa notte, nel corso di un'operazione congiunta, due persone: nonno e nipote. Si tratta di Vittorio Colitti, agricoltore di 66 anni, e di Vittorio Luigi Colitti di 19 anni all'epoca dei fatti minorenne e studente dell'istituto professionale di Ugento. Entrambi vicini di casa di Basile, sono accusati di concorso in omicidio volontario, detenzione e porto abusivo di coltello.

Gli arresti sono stati compiuti in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare emesse dai giudici per le indagini preliminari del tribunale ordinario e di quello minorile di Lecce. Basile fu ucciso con una ventina di coltellate la notte del 15 giugno 2008, omicidio per il quale era stato ipotizzato anche il movente politico.

Un anno e mezzo: tanto sono durate le indagini sull'assassinio di Peppino Basile, ucciso a Ugento nella notte tra il 14 e il 15 giugno dell'anno scorso mentre rincasava. Un delitto che suscitò scalpore e che innescò una serie di polemiche anche a livello politico. Un anno e mezzo di indagini, caratterizzate da omertà e da veleni. La gente non collabora, dicevano gli investigatori che mai hanno tralasciato alcuna pista per risalire agli assassini e al movente di quel delitto. "Non sono omertosi, hanno paura", hanno più volte replicato esponenti politici salentini. E poi i sospetti che l'uccisione fosse legata all'attività politico-amministrativa di questo esponente dell'Italia dei Valori, certo un po' esuberante e che interpretava la politica con uno stile tutto personale.

L'impegno del parroco e le minacce E in questa vicenda investigativa, che ha visto spesso momenti di tensioni, manifestazioni di piazza, lettere minatorie, un ruolo di rilievo lo ha avuto anche il parroco di san Giovanni Bosco ad Ugento, don Stefano Rocca. Proprio a lui in questi mesi sono state indirizzate diverse intimidazioni sotto forma di lettere anonime e minacce telefoniche di morte. Ma nonostante queste, più volte don Stefano si era rivolto ai suoi concittadini perché chi sapesse parlasse, aprisse uno squarcio sull'assassinio del consigliere, peraltro suo grande amico. Nei mesi scorsi il sacerdote fu ascoltato in Procura quale persona informata dei fatti dal Pm Palma che si occupava delle indagini non solo sull'omicidio Basile, ma anche sulle intimidazioni a don Stefano. Pochi giorni prima un uomo aveva telefonato al 113: "Faremo fuori don Stefano, colui che parla sempre di Peppino Basile" minacciò. E da quel momento don Stefano è diventato anche un parroco sorvegliato a vista dalle forze dell'ordine.

"Ho sempre chiesto giustizia e verità" "Ho sempre avuto fiducia nella magistratura e adesso mi sento di dire grazie a tutti per il grande lavoro svolto in questi mesi". E' il primo commento di don Stefano Rocca. "Sembra - aggiunge - che giustizia oggi sia stata fatta, aspettiamo però di sapere la verità. Sono molto fiducioso nella magistratura". Il parroco conosce i due arrestati: "Frequentavano la mia parrocchia, ma da quando Basile è stato ucciso si sono allontanati frequentandone un'altra e mi hanno tolto il saluto. Stamane c'é pure qualcuno in paese che ha avuto nei miei confronti atteggiamenti di stizza. Io non ho mai indicato una pista da seguire, ho sempre e soltanto chiesto giustizia e verità". 

Rompicapo Così, tra polemiche e veleni per tutto questo tempo il delitto Basile, è rimasto un autentico rompicapo per gli investigatori che non si sono mai sbilanciati sul possibile movente, non escludendo né questioni personali, né la pista politica. Negli uffici del Comune di Ugento furono acquisiti anche numerosi documenti relativi all'attività svolta da Basile in qualità di consigliere d'opposizione. Un comitato locale, sorto all'indomani dell'omicidio su iniziativa del suo partito, ha sempre insistito sull'ipotesi di un omicidio legato ad interessi economici poco chiari su Ugento che Basile avrebbe cercato di combattere. Gli arresti di questa notte dovrebbero finalmente aver posto fine a dubbi e incertezze, e anche a un anno e mezzo di polemiche e veleni.

Vecchi rancori il movente Una lite per motivi banali, scaturita casualmente da vecchi rancori per problemi di vicinato: sarebbe stata questa la scintilla che ha portato Vittorio Colitti e suo nipote Vittorio Luigi ad uccidere Basile. Nessun movente politico, dunque (dagli atti amministrativi acquisiti durante l'inchiesta non sarebbe emersa alcuna indicazione utile a far luce sul delitto), e nessuna questione di donne, due piste che pure gli inquirenti hanno esaminato in questi 17 mesi. Come hanno spiegato il procuratore della Repubblica di Lecce, Cataldo Motta, e il procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni, Aldo Petrucci, uno degli aggressori, forse il più giovane, avrebbe trattenuto Basile mentre l'altro avrebbe inferto le coltellate spinto dall'ira. L'arma del delitto non è stata mai trovata. Per Vittorio Colitti l'ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata firmata dal gip Antonio Del Coco, su richiesta del pm Giovanni De Palma; l'uomo è nel carcere di Lecce. Nell'inchiesta diretta dal pm De Palma alcune delle 300 persone circa ascoltate nel corso dell'inchiesta sono indagate per favoreggiamento personale e false dichiarazioni rese al pubblico ministero.