UNA LEGGE PER TUTELARCI DAI GIUDICI

Racconta il medico che rianimò Eluana 17 anni fa, la notte del tragico schianto che la spedì negli insondabili abissi dello stato vegetativo: «Nei giorni successivi Beppino Englaro continuava a ripetere: “Lasciatela morire, lasciatela morire”. Gli dissi: “Io non posso, se la porti a casa e lo faccia lei”. Rispose: “No, tutto deve essere fatto alla luce del sole, secondo i termini di legge”».
Ecco, alla fine Beppino Englaro ha vinto la sua amarissima guerra. Eluana è stata «spenta» e tutto è stato fatto a «termini di legge». Anzi: in assenza di legge, «a termini di magistratura» che per molti (troppi) pare essere la stessa cosa. Così un pugno di giudici ha stabilito, in provetta per così dire, sulla base di una frase forse pronunciata 18 anni fa, che cosa Eluana avrebbe voluto fare di se stessa adesso: che avrebbe voluto morire e che avrebbe voluto morire così, privata di acqua e di cibo. Grazie a questa enormità giuridica, Beppino Englaro ha vinto e invece ha perso chi non vuole farsi dettare la vita dal Papa ma neppure da un tribunale.
Che cosa abbiamo perso? Una vita umana, prima di tutto. E poi, probabilmente, la possibilità di affermare ancora che lo Stato, il Giudice, la Legge non possono disciplinare ogni aspetto della nostra esistenza. Che c’è un prezioso angolo d’ombra che dovrebbe essere conservato e coltivato, protetto dalla Magistratura e dalla Politica: semplicemente, tanto privato da essere indicibile.
Invece, con Eluana tutto è stato detto. E fatto. «Alla luce del sole». E ora che lei non c’è più, ora che la battaglia intorno al suo corpo è terminata, ne comincia un’altra, altrettanto drammatica. La battaglia per limitare i danni che il modo in cui è stato gestito questo doloroso caso rischia di infliggere al nostro essere uomini, in Italia, nel ventunesimo secolo. Ed è una battaglia che, adesso sì, inevitabilmente passa per una legge. Quella legge sul testamento biologico la cui assenza è stata il pretesto per decidere al posto della ragazza di Lecco. Quella legge che ora il Parlamento deve (deve!) varare in tempi rapidissimi. Quella legge che impedirà che un’altra Eluana venga lasciata morire di fame e di sete. Perché è bene ripeterlo: nessuno dei progetti presentati, se approvato, avrebbe consentito e consentirebbe quanto è accaduto. Neppure chi ora esulta e festeggia per la «liberazione» di Eluana si è mai sognato di prevedere la possibilità di mettere a morte le persone in stato vegetativo in assenza di una loro volontà scritta e certificata.
È un paradosso, uno dei tanti di questa triste vicenda. Come lo è invocare una legge per tutelarci da certe «sentenze creative», pur sapendo che non potrà mai contenere tutti i casi che la vita ci metterà di fronte e che quindi ci ritroveremo ancora, un giorno, a lacerarci davanti a un altro corpo. Ma oggi è il minimo che dobbiamo a Eluana.