Leonardo e Bellotto insieme per riscoprire il traghetto di Vaprio

Sono passati quasi settant’anni dalla loro copertura eppure i Navigli milanesi, e tutto il sistema fluviale che avvolgeva la città, mantengono il loro fascino. Erano nati come collegamento tra i passi alpini e laghi con la metropoli ambrosiana e da qui con il mare. Questo il sogno di molti milanesi (anticamente era Pavia, tra Ticino e Po, la sola città del Milanese che poteva sfruttare i vantaggi di un’estesa navigazione). E in passato la Darsena era, per traffico di merci, tra i più importanti porti italiani. Dietro i Navigli, poi, c’era sempre un consistente tessuto di ingegnosità e di intraprendenza, basti pensare solo all’impegno di Leonardo per le acque milanesi, e anche di arte. Le vedute, gli scorci, i tratti di canale hanno spesso ispirato gli artisti.
Un testo da oggi in libreria, «Leonardo, Vanvitelli e Bellotto a Vaprio d’Adda. Disegni e vedute del porto de “la Canonica”», edito da Skira (104 pagine, 32 euro), riunisce tutti questi aspetti. In più l’autore, l’architetto Empio Malara (il libro ha anche un testo di Marina Mojana), svolge da anni un’intensa attività di ricerca sui Navigli, presiede l’Associazione Amici dei Navigli, ed è stato coautore di altri importanti volumi sulle vie d’acqua milanesi. Esperto di urbanistica, Malara ha anche partecipato, all’inizio degli anni Ottanta, alla redazione del piano territoriale del Parco del Ticino e promosso l’istituzione del Parco dell’Adda.
Il viaggio nel tempo inizia prima del Cinquecento con la ricostruzione, «in un sol guardo», del porto che in epoca medievale sostituì un famoso ponte romano: così l’identità di due centri, Canonica d’Adda e Vaprio d’Adda, appartenenti alle province di Bergamo e Milano, viene riscoperta attraverso ciò che ne raccontano le opere di Leonardo, Gaspare Vanvitelli e Bernardo Bellotto. È questo il percorso compiuto da Empio Malara, con riferimenti iconografici, citazioni a sorpresa e pensieri rivolti ai corsi d’acqua, all’Adda, al Brembo, alla roggia di Vailate e, soprattutto, alla Martesana.
Dunque, un porto fluviale che non c’è più, sull’Adda, ma un tempo molto noto: la «chiatta di Canonica», il traghetto che univa i due approdi sulle rive dell’Adda, la conoscevano persino nelle osterie dei paesi vicini, perché da lì passavano – come nota Manzoni nei Promessi Sposi – «i galantuomini, la gente che può dar conto di sé». Tra il Cinquecento e l’Ottocento il porto fu frequentato anche da artisti, ed è con il loro aiuto che il libro lo riscopre, rappresentandolo in modo straordinario.