La lezione di Biagi

Nel quinto anniversario del vile assassinio di Marco Biagi, si moltiplicano le iniziative che lo ricordano e ne riconoscono l'attualità del pensiero. La sua stessa legge, che alcuni si ostinano a non riconoscergli, rimane intatta - anche se solo in parte applicata - perché la forza oggettiva dei risultati che ha prodotto impedisce alla coalizione di maggioranza di rispettare l'impegno preso con i suoi elettori di modificarla in profondità. Nemmeno la straordinaria campagna sulla precarietà del lavoro giovanile ha più di tanto attecchito se è vero che ora nessuno si sogna di proporre modifiche alle collaborazioni a progetto mentre i nuovi contratti di apprendistato si vanno diffondendo nonostante la pigrizia di molte regioni.
Marco insomma vive più che mai in ciò che ha lasciato, incluso quel metodo comparatista che ora costringe tutti a guardare come fanno gli altri per imitare le migliori pratiche in termini di competitività e di inclusione sociale.
Anche le parti sociali, quando nei prossimi giorni riprenderanno a confrontarsi direttamente tra di loro e con il governo, dovranno inesorabilmente partire dalla lezione di Marco Biagi per ricercare ulteriori simmetrie in tema di flessibilità, sicurezza, produttività e remunerazione del lavoro.
Se i firmatari del Patto per l'Italia manterranno la direzione di marcia intrapresa, sarà difficile per la sola Cgil imporre un antistorico regresso verso un mercato del lavoro più rigido e perciò meno inclusivo. Le parti potrebbero utilmente scambiare i termini di un ulteriore passo verso la maggiore flessibilità del contratto a tempo indeterminato con il completamento delle tutele attive di chi perde il posto di lavoro. Biagi ha infatti aperto la strada verso la moderna protezione del lavoratore piuttosto che del posto di lavoro, quale si realizza integrando i sussidi con la formazione e con il sistema dei servizi per l'impiego connessi nella Borsa del Lavoro. Il successo di questa formula sta nell'inscindibile binomio opportunità-responsabilità, ovvero nel diritto del disoccupato ad essere protetto ed efficacemente accompagnato ad un nuovo lavoro e nel suo contemporaneo dovere di aderire attivamente a questo percorso, pena la perdita di ogni tutela.
È giunto peraltro il momento per le parti sociali tutte di raccogliere la fondamentale sollecitazione che Marco rivolgeva loro affinché dismettessero ogni residua logica conflittuale per prendere la strada del modello cooperativo-partecipativo. Soprattutto nell'economia della conoscenza, la persona ritorna prepotentemente al centro di ogni processo produttivo e perciò merita da un lato il diritto permanente all'aggiornamento delle competenze e, dall'altro, una migliore remunerazione dello specifico contributo ai risultati dell'impresa. Ciò significa superare una dinamica delle retribuzioni «piatta», moderata ed egualitaria. Nella struttura della retribuzione non possono non acquisire un peso crescente quelle componenti variabili che si collegano, come gli straordinari, ad esigenze di flessibilità organizzativa o, come i premi, alla maggiore produttività. Una scelta decisa in questa direzione impone la decisione di abbandonare il rigido mito della progressività del prelievo fiscale per adottare forme di tassazione agevolata, separata e definitiva di questi redditi. Sarebbe invero assurdo pretendere per la remunerazione dei comportamenti virtuosi nell'attività lavorativa un metodo di tassazione più disincentivante rispetto alle rendite che già godono della tassazione separata. Si tratta insomma di incoraggiare, a dispetto dei nostalgici della lotta di classe, la più stretta collaborazione tra i soggetti dell'impresa, incluso l'azionariato dei dipendenti.
Uno dei modi per onorare Marco Biagi è stato quello di riproporre in questi giorni molte delle sue intuizioni attraverso due disegni di legge che includono le sue proposte ai nodi ancora non risolti del lavoro italiano. Il quadro politico non appare certo incoraggiante per queste riforme ma proprio coloro che lo vogliono cambiare hanno il dovere di indicare alla società italiana tutte le buone ragioni per sostituirlo quanto prima.
Maurizio Sacconi