La libertà non può stare nelle mani di un anestesista

Questo è uno schifo di Paese dove la politica arranca in un perenne e incredibile ritardo circa gli usi e le consuetudini di quella società che poi siamo noi, è il Paese che avuto bisogno di un pazzo come Marco Pannella per togliere il divorzio e l’aborto dalla clandestinità, di un immolato come Enzo Tortora per accorgersi di una giustizia che fa schifo, di un visionario come Silvio Berlusconi per portare la Tv privata in Italia, di un parvenu come Bettino Craxi per modernizzare il Paese, di un ex vicecommissario del Molise per fermare un finanziamento illecito che rasentava il racket, è il Paese che finisce di costruire la terza corsia dell’autostrada quando servirebbe la quinta.
Di che accidente dunque ha ancora bisogno, questo Paese, per accorgersi che serve una legge per distinguere tra cura e accanimento terapeutico? Per distinguere tra eutanasia e testamento biologico? Tra consenso informato e suicidio assistito? Tra casino e civiltà? Ci vuole fegato per dire che una nuova legge non serva, ci vuole pelo sullo stomaco per sostenere che siano sufficienti gli articoli 13 e 32 della Costituzione laddove parlano della libertà personale e del diritto dei cittadini di non farsi somministrare trattamenti sanitari contro la loro volontà. Ci vuole un Paese, questo, dove il centrista Luca Volontè gridava «assassino» all’anestesista di Welby e dove i radicali di converso ne festeggiavano la morte come se avesse segnato la nazionale.
Ci vuole un Paese dove il fisiologico ritardo culturale della politica si mette nuovamente nelle mani della magistratura, chiamata ormai a decidere su tutto, compresa la differenza tra una buona morte e una buona tortura. Ci sono medici che hanno detto ogni cosa e il suo contrario circa Piergiorgio Welby e Giovanni Nuvoli, l’uomo che da quattro anni chiedeva che gli fosse staccato il respiratore e che perciò si è lasciato morire di fame, intanto il Consiglio Superiore di Sanità chiedeva da anni una nuova legge. Ma una nuova legge non serve, rispondono. In Italia il decesso di centinaia di migliaia di persone è accompagnato con frequenza impressionante da un intervento non dichiarato dei medici: e non lo dico, lo dice un'indagine del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica di Milano; il 3,6 per cento dei medici ha praticato l'eutanasia di nascosto, il 42 per cento la sospensione delle cure di nascosto. Ma una nuova legge non serve, rispondono. Secondo la rivista Lancet, il 23 per cento dei decessi, in Italia, è stato preceduto da una decisione medica, e il 79,4 per cento dei medici è disposto ad interrompere il sostentamento vitale. Di nascosto, ovvio: ma una nuova legge non serve.
Si fanno commissioni su qualsiasi idiozia, ma un’indagine conoscitiva sul fenomeno non interessa a nessuno. Sentite il Foglio di ieri: «L’anestesista di Welby si può essere mosso sul confine di ciò che è lecito e ciò che non lo è, ma quel confine, dice il giudice, non l’ha superato. Perché, allora, sostenere che il proscioglimento di Riccio dimostra la necessità di una legge sul testamento biologico?». Perché? Perché Welby, ad esempio, prima che gli staccassero la spina ha dovuto soffrire per mesi come un cane; perché Giovanni Nuvoli, ad esempio, un anestesista che gli staccasse la spina alla fine non l’ha trovato, e ha dovuto lasciarsi morire atrocemente di fame: e che problema c’è? A che serve una nuova legge?
In fondo basta trovare un anestesista che sia disposto a rischiare anni di galera per omicidio del consenziente. Questo mentre la parte più antilibertaria del Paese vede eutanasia dappertutto: c’è in tutta Europa, è vero, ma qui da noi non la vuole praticamente nessuno, e chi continua a nominarla con toni apocalittici non fa che pescare nel torbido. L’eutanasia è il dare la morte a una persona lucida e malata che espressamente la chieda, mentre il testamento biologico, quello che in Parlamento fingono di discutere da anni, è la dichiarazione dei trattamenti sanitari che vorremmo o non vorremmo ci fossero applicati nel giorno in cui, da malati, non fossimo più in grado di decidere. Sempre che non si preferisca, come oggi, che la sofferenza nostra o dei nostri cari sia risolta clandestinamente oppure discussa pubblicamente a Porta a Porta.
Filippo Facci