«Un libro sulla mia sorellina autistica»

IL RACCONTO Nel romanzo di Gaia Rayneri la storia di una delle 360mila persone affette da questa patologia

I bambini autistici non parlano, ma questo non significa che non abbiano niente da dire. Così Gaia Rayneri racconta una storia italiana, un salto nel suo passato. Il libro si intitola «Pulce non c’è», edito da Einaudi, ed è un romanzo delicato e profondo che racconta la storia di uno dei 360 mila soggetti italiani affetti da questa malattia, poco conosciuta e per troppo tempo rimasta nel silenzio.
È la storia di «Pulce», la sua sorellina affetta da autismo che quando aveva solo 9 anni viene coinvolta in un errore giudiziario. Credendo fosse vittima di abusi da parte del padre, la bambina viene prelevata bruscamente da scuola e strappata alla famiglia senza alcun preavviso. L’eccezione viene dal linguaggio che la giovane autrice torinese sceglie di usare in questa sua prima prova editoriale: l’ironia.
«In fondo gli autistici non reagiscono mai come uno si aspetta!- commenta Gaia Rayneri - L’ironia è un modo per avvicinare al problema, ma anche per superare quel modo “strappalacrime” di raccontare. Ecco, io ho voluto descrivere diversamente la mia storia, quella di Giovanna, una ragazzina di 13 anni che per 8 mesi convive con una famiglia smembrata. Lei stessa è un po’ autistica in questo, perché ride della situazione, spiazzando tutti!».
Questo romanzo, sostiene, è dettato dal bisogno di giustizia, ma anche dalla voglia di dare voce a queste persone che certamente capiscono, ma non sempre possono esprimersi o farsi capire. Con leggerezza e ironia Giovanna spiega infatti che «Pulce» non sa parlare, ma che con il metodo della Comunicazione Facilitata, che prevede l’affiancamento di una persona che facilita la scrittura, riesce a scrivere e sbattendo in faccia ai lettori una terribile verità descrive così: «Tu prendi un bambino autistico, lo fai sedere davanti a un computer, lo tocchi e come per magia gli dai sicurezza, così lui scrive tutto quello che per tutta la vita si è sempre tenuto dentro». Ma si tratta spesso solo di un’illusione, commenta Gaia, perché in realtà la Comunicazione Facilitata, come spiega Michele Zapella, Docente di Neuropsichiatria Infantile all’Università di Siena, è un grande errore: già screditato da anni in America, è un metodo privo di reali basi scientifiche e quindi del tutto inattendibile. Gli occhi e i sorrisi, lo scambio di gesti quotidiani con i soggetti autistici possono forse dire molte più cose. Così fra le righe ci sono le descrizioni affettuose per conoscere «Pulce», c’è il racconto di un modo di vivere la malattia che può insegnare cose che si danno per scontate. «Ci sono alcune stranezze che gli autistici fanno e che noi definiamo comportamento ripetitivo - conclude Gaia -. "Pulce" ha l’abitudine di guardarsi sempre le mani. Come se volesse impararle a memoria! Se ci pensiamo questa potrebbe essere una buona abitudine da copiare, per ricavare un po’ di tempo per sé stessi. In questo forse siamo noi che potremmo imparare da loro!».