Ligabue, quei saggi istinti di un primitivo

Con una grande mostra Milano rende omaggio al pittore &quot;selvaggio&quot; e &quot;padano&quot;, splendida meteora del Novecento (250 opere a <strong><a href="/a.pic1?ID=270132">Palazzo Reale</a></strong>). Diede sfogo alle sue ispirazioni senza alcuna soggezione nei confronti del mondo dell’arte

È il momento più difficile per l’arte italiana, quello in cui appare la meteora di Antonio Ligabue. Ciò che le avanguardie avevano indicato in apertura di secolo diventa un imperativo per uscire dalla presentazione dell’uomo protagonista della storia, dopo la retorica esaltazione del fascismo. Da una parte continua l’isolamento, come una rinuncia alla storia, di Giorgio Morandi; dall’altra resistono, nella solitudine e nella tragedia personale, Mario Sironi e, nel sostegno ai valori della resistenza e alle lotte contadine, Renato Guttuso. Intorno, le rovine, il ripiegamento verso la coscienza dei pittori astratti e informali. Filosofia, ideologia, tormento interiore sono le ragioni che muovono i pittori.

Nessuno poteva aspettarsi che sugli argini del Po, dove Guareschi aveva raccontato le umanissime avventure di Don Camillo e Peppone, un pittore selvaggio e primitivo desse sfogo a sogni e visioni senza soggezione nei confronti del grande mondo dell’arte. E infatti ad accorgersene non furono critici, ma artisti e scrittori sensibili a un mondo di verità, di istinti o di passioni non riconducibili a nessuna teoria e a nessuna sperimentazione: Marino Mazzacurati e Cesare Zavattini. Nella stessa direzione si stava muovendo, letteralmente, Mario Soldati portando in televisione il suo viaggio sul Po. Nasceva così, attraverso diverse sensibilità, quella Padanìa evocata negli studi di Roberto Longhi e di Francesco Arcangeli che aveva già avuto il suo primo Ligabue in un grande pittore del Trecento, lontanissimo dall’ordine e dalla misura del mondo toscano: Vitale da Bologna. Ciò che nella storia dell’arte si veniva sistemando trovava uno scenario pittoresco e autentico sulle rive del Po, attraverso il cinema e la letteratura. Non è difficile riconoscere in queste rappresentazioni evocative l’antefatto della Padania. Il Po diventa il fiume del mito e insieme l’esaltazione di una natura, che nella fantasia di Ligabue è una foresta selvaggia in cui si muovono animali feroci.

A Gualtieri, Ligabue arriva a 19 anni, dopo vari ricoveri in manicomio, dalla Svizzera. E a lungo visse sulle rive del Po come un animale e con gli animali. Si difendeva dagli uomini, come chi è emarginato perché diverso, perché ritenuto pericoloso. Ma fin dalla fine degli anni ’20 egli, esattamente come l’uomo nell’altopiano dell’Acacus o nelle grotte di Lascaux, ha bisogno di esprimersi disegnando o incidendo graffiti con immagini di animali; e la pittura diventa il suo strumento per comunicare. Questa immediatezza ha garantito il suo immediato successo non appena la sua opera è stata conosciuta. Ligabue in tempi di sperimentazione e di intellettualismi piace perché è semplice: la sua visione è diretta, istintiva e prescinde, come la sua vita, dal rapporto con gli uomini. Egli ha davanti a sé polli, galli e galline, buoi, mucche, l’universo domestico che aveva trovato un poeta in Umberto Saba; ma non gli basta: ha la visione di altri animali che erano già apparsi nei quadri di maestri antichi come Vittore Carpaccio: il leone di San Marco o il leone di San Gerolamo, specie esotiche forse mai viste. Vede in una foresta sul Po scimmie, aquile reali, leoni e tigri feroci e aggressive. La vegetazione lussureggiante si sovrappone a quella della Pianura Padana, ai pioppi sulla riva del fiume. Gli animali che dipinge sono dentro di lui e, nel processo di immedesimazione, al momento di dipingere, egli adatta il proprio corpo, goffo e deforme, a riprodurre i movimenti: sbattere di ali, digrignare di fauci, scatti di zampe. E intanto urla, ruggisce, ulula e fa mille altri versi per evocare forze occulte.

In realtà la sua ispirazione primitiva e selvaggia è opposta a quella dell’arte naïf. In Ligabue non c’è nulla di rassicurante e consolatorio. Il suo mondo contadino non è un mondo di favola; è un mondo di tensioni e di fatica. Per lui la natura, come la vita e il mondo degli uomini, è piena di crudeltà e conflitti. Nei suoi dipinti, salvo il proprio volto, compaiono raramente figure umane: donne vagheggiate e amate. Gli altri non sono ostili, semplicemente non sono. Ed egli trasferisce la violenza degli uomini nel mondo degli animali. Il mondo che ha davanti è tutto il mondo; ed egli lo attraversa come un contadino, come un cacciatore, come un uomo rifatto, una volta trovato il benessere, e anche come un uomo ossessionato, che si tormenta, che si batte la tempia con un sasso per cacciare gli spiriti maligni.

L’ossessione con cui si guarda in una serie impressionante di autoritratti, rende la sua opera stimolante e problematica sul piano di un’analisi della psiche. Ha un’ipertrofia dell’io, che si esalta nel ruolo di artista, dopo aver praticato la pittura come sfogo, come necessità di vita. Soltanto Van Gogh stette davanti a se stesso con la stessa freddezza e la stessa crudeltà tradotte in pittura animata e viva. Egli si cerca, uomo in un mondo di animali e anche uomo gentile in un mondo di animali feroci. Nella pittura scarica energia e colore, e la fantasia si surriscalda fino al parossismo di un’aggressività che va oltre quella di qualunque altro pittore primitivo, anche del più affine per genere e per sensibilità come il doganiere Rousseau. Ma la foresta di Rousseau è un luogo esotico dove l’uomo può trovare pacificazione e consolazione. La foresta di Ligabue è il luogo di agguati da cui l’uomo non potrà più uscire. Lo vediamo nella vedova nera nell’atto di agguantare una scimmia dopo aver mangiato un uomo di cui resta lo scheletro.

Il suo fiume è popolato di gazzelle, serpenti, pantere, mentre, dall’altra parte, il mondo contadino è pacifico con cani, cavalli e buoi all’aratro. Così Ligabue oscilla tra la vita dei campi e una giungla che lui solo può esplorare. La continuazione della quale è nel mondo misterioso di una modernità con motociclette e automobili come animali feroci creati dagli uomini. Così, diventato pittore riconosciuto, acquista dieci motociclette e due automobili.

Ma la sua leggenda inizia quando Zavattini ne crea un caso letterario, un personaggio di artista folle e autentico che sarà celebrato in un singolare contrasto nelle sofisticate edizioni di un altro emiliano di genio, Franco Maria Ricci. La sua esperienza apparirà unica ed eccezionale, poi Mario De Micheli e Marzio Dall’Acqua scopriranno alcune rare sculture in terra non ancora cotta. Ora, dopo anni di studi e di ricerche, Augusto Agosta Tota ne raccoglie tutta l’impresa artistica (anche incisioni e punte secche), nella grande mostra di Palazzo Reale a Milano.