Un ligure sale ai vertici nazionali dei degustatori del nettare di Bacco

Trent'anni di vini cullati in bicchieri a flirtare tra umori e amori e storie di terre ed eccellenze. Trent'anni tutti per Antonello Maietta, il nuovo presidente nazionale dell'Associazione Italiana Sommeliers, già vice e collaboratore della guida «Duemilavini» di Franci Ricci. Una sorpresa-conferma di quei contenuti e stile che hanno marchiato a vino il ragazzo di Portovenere, l'esperienza nel ristorante dei suoi, un nonno che già bazzicava vitigni e promesse, e l'ambizione di tradurre la traccia dentro la bottiglia. Studia, ma è il vino la sua voglia matta. Segue a Genova nel '78 i corsi dell'Ais, e nell'Associazione è prima Delegato provinciale, poi presidente regionale e vice presidente nazionale. Nel '90 si aggiudica il titolo di Miglior Sommelier d'Italia e nel '92 rappresenta l'Italia al Campionato del Mondo dei Sommeliers a Rio de Janeiro. Degustatore ufficiale, relatore e commissario d'esame, al G8 del 2001 a Genova coordina l'attività dei Sommeliers e il servizio dei vini ai pranzi e cene dei Capi di Stato e di Governo presenti al meeting. Assiduo alla rubrica televisiva «Gusto» del TG5, firma «Vini di Liguria-Vinidamare» che gli frutta il Bancarel’Vino 2009 a Pontremoli. Trent'anni declinati di vini in ricerche che lo portano oggi ai vertici dell'Ais e al Grinzane Cavour con Vissani, alla Prova del cuoco e ad Uno Mattina con l'esperto di formaggi: «Una continuità di percorso che non è solo un impegno onorario - sottolinea Maietta - C'è molto da fare, basti pensare alle venti sedi nazionali e alle ventidue estere».
Con la figura del sommelier italiano «molto gradita oltre confine - aggiorna Maietta - proprio per una filosofia orientata all'abbinamento cibo-vino, così diversa da quella dei Paesi anglosassoni». Sensazione di nuovo approccio su linee guide dell'Associazione ben definite che vogliono un sommelier incisivo nel comunicare le grandi produzioni di qualità di cui l'Italia è ricchissima. «Perché - insiste il presidente - tallone d'Achille dell'Ais è stata la carenza di comunicazione: bisogna farsi capire. Oggi saperne di vino e produzioni è una sorta di status symbol e ci sono persone che vedono ancora il vino come qualcosa di difficile da comprendere». È la strategia della magnifica sintesi in cui tutto si tiene e si promuove, tant'è che Maietta ribalta le prospettive e punta dritto alla piazza mondiale: «L'Associazione è nata 45 anni fa e continua ad aggiornare i suoi relatori. E il messaggio non può che essere uno: c'è una gran voglia di vino italiano nel mondo e l'agroalimentare è l'unico che dà la certezza che un prodotto nasce solo in quella terra, diventando unico. L'Italia ha il vantaggio di avere vitigni con connotazioni differenti e la stessa varietà assume caratteri propri a seconda dei luoghi. L'uva del Pigato è solo in Liguria e neanche in tutta; ecco perché dobbiamo dare voce a queste piccole realtà produttive», il valore aggiunto del brand Italia.