L'odissea del testimone che sapeva troppo

La storia di Mario Nero che nel 1992 uscì col cane e assistette a un omicidio. Da allora la sua vita è un dramma

Milano - La denuncia la rifarebbe subito. Perché la coscienza non è un foglietto che si possa appallottolare e buttare in un cestino. La vita però è andata alla deriva. Un gesto coraggioso si è portato dietro uno sciame senza fine di dolori e umiliazioni. Mario Nero oggi può guardarsi allo specchio, ma oltre ai propri lineamenti non troverà più nulla dell’uomo che era nel 1992. La moglie se n’è andata per la sua strada, portando con sé i figli; il lavoro, la casa, il paese in cui è nato e viveva, Orta Nova, tutto è stato spazzato via. Perfino il cognome è cambiato, nel tentativo sempre corto di garantirgli sicurezza nella nuova vita. Che in realtà non è un’altra esistenza, ma un prolungamento logoro e balbettante della precedente.

Tutto per una manciata di minuti, la sera del 6 novembre 1992. Nero ha 28 anni, è un allevatore di cani e ha una famiglia formato presepe. Vive ad Orta Nova, in provincia di Foggia, e pensa al futuro con grande tranquillità. Invece gli basta una passeggiata col cane per mandare tutto all’aria. Charlie, il chow chow, corre in avanti. Il guinzaglio si tende, diventa una trappola per un tizio che sbuca all’improvviso e inciampa. «All’alma di chi t’ha murt, stu bastard», esclama lo sconosciuto che estrae una pistola a tamburo e spara a Nero. Fortunatamente i colpi non partono: si sente per due volte il clic che salva la vita. Poi la minaccia si dilegua e sale su un’auto che lo attende. Nero è frastornato, ma che è successo? La spiegazione è pochi metri più in là: dentro una Y10 c’è un corpo crivellato di colpi.

È Giovanni Panunzio, imprenditore che si era opposto al racket e aveva puntato il dito contro la Società foggiana, propaggine della Sacra Corona Unita. Un killer l’ha fatto fuori. Solo che l’assassino è finito nel guinzaglio di Charlie e Nero l’ha visto in faccia. Che fare?
L’indomani Michele Panunzio, il figlio della vittima, va in tv e dice: «È impossibile che nessuno l’abbia visto». Nero si sente terribilmente in colpa: «Come se avessi sparato io al padre». Siamo a Foggia, terra di scorribande da western e di una criminalità sfrontata e sempre più aggressiva: non importa, Mario Nero decide di dire quel che sa.

Diventa un testimone. Il testimone. In un Paese come l’Italia, affollato da centinaia di pentiti, spesso strapagati, e povero, poverissimo, di testimoni. Quel che non sa, quel che nessuno gli svela o almeno gli accenna a grandi linee, è che la sua vita finisce con l’ingresso in questura. Con quella deposizione meticolosa e articolata. Un racconto che inchioda il killer, Donato Delli Carri, un giovane arruolato dalla Società e per di più, come emergerà in seguito, parente alla lontana della moglie di Nero.

Quel che Nero ignora è che la sua testimonianza non è solo un gesto in bilico fra dovere civile ed eroismo. No, nessuno ha il coraggio di fargli capire che lo Stato è totalmente inadeguato e affronta con un miscuglio di cinismo, approssimazione e fastidio la pratica Nero e le poche altre dello stesso tenore. Chi non si copre gli occhi, si condanna alla solitudine.

Sedici giorni dopo il delitto, Orta Nova è già una foto ricordo: Mario, la moglie e i figli vengono svegliati all’alba, caricati senza preavviso su una macchina blindata e trasferiti di gran carriera al sicuro, a Pistoia, in un residence. Provate a immaginare: in meno di un mese, una famiglia viene sradicata dal suo contesto e costretta a lasciare a precipizio la casa, gli affetti, gli amici, il lavoro, la scuola. Tutto quello che costituisce la normalità.

Ma è solo l’inizio. Il catalogo delle vessazioni, grandi o piccole, delle snervanti e ottuse trafile burocratiche, delle piccole miserie, vene sfogliato quotidianamente, come Nero documenta nel libro Il testimone (scritto a quattro mani con Gabriele Ferraresi e pubblicato da Aliberti editore). I soldi arrivano col contagocce, lo Stato provvede a intermittenza, quando si ricorda e magari alzando la voce: le tessere sanitarie, per esempio, vengono consegnate ai fuggiaschi solo nel 2000, otto anni dopo i fatti. Un lavoro nuovo non c’è, nemmeno all’orizzonte. Nero tira la cinghia, poi ricorre a ogni mezzo per sopravvivere. Va al supermercato a recuperare le 500 lire dimenticate nei carrelli della spesa. Quando non basta, s’avventura in una necropoli come un tombarolo o un monatto alla ricerca di qualsiasi oggetto di pregio. I bambini perdono mesi di scuola, la moglie gli rimprovera quel verbale firmato davanti ai poliziotti.

Terribile paradosso, una storia di impegno morale si trasforma in una diaspora del degrado, della rottura delle relazioni sociali e dei rapporti umani. Nero e la moglie si rivolgono ai giornali, ma non serve a nulla: Marco Travaglio, allora al Borghese, scrive articoli su articoli ma il barometro segna sempre tempesta. Lo Stato è un elefante che non sente il pianto degli innocenti. Resta la scelta estrema: incatenarsi davanti al Quirinale. Inutile, pure quello. Gli agenti aspettano i coniugi disperati e li accolgono come fossero in guerra. Uno di loro grida al testimone: «Se chiudi il lucchetto, ti sparo».

Nero tiene duro, almeno sul fronte giudiziario. Gianrico Carofiglio, il magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Bari oggi conosciuto per i suoi romanzi, lo chiama in tribunale a deporre: lui riconosce il killer, Delli Carri viene condannato. È tutto o quasi. La situazione migliora, in parte, solo nel 2001 quando il dossier testimoni di giustizia viene studiato da Alfredo Mantovano, sottosegretario agli Interni. Ma il quadro complessivo resta quello che è: una vita che è un trasloco da una città all’altra, la famiglia a brandelli, due identità, la vecchia e la nuova, che avanzano inarrestabili in parallelo. Alla fine Nero esce dal Programma di protezione, riceve un indennizzo. Continua la sua vita rannicchiata.

Rintanato in qualche posto segreto. A Foggia gli omicidi proseguono, ma un testimone non è più spuntato. A Panunzio, invece, hanno dedicato una strada. Almeno quella.