Lombardia in coda: troppe auto, poche strade

Il vicepresidente di via Meravigli: «Occorre una politica dei trasporti coraggiosa che privilegi lo spostamento delle merci su rotaia e più educazione sull’uso della macchina»

Gianandrea Zagato

La Lombardia che viaggia è ultima, in Italia, nel rapporto tra veicoli circolanti e strade mentre è prima per numero di veicoli e di merci trasportate su strada. Contraddizione statistica che gioca un ruolo fondamentale non solo nella competitività dell’area ma anche nella vita dei cittadini. C’è quindi fame di strade in Lombardia, dove ci si muove con troppa fatica e dove sulle grandi opere infrastrutturali si consuma un braccio di ferro con gli ambientalisti messi di traverso.
La politica anti-asfalto delle amministrazioni provinciali e comunali di centrosinistra blocca ogni tentativo di colmare quel divario infrastrutturale che separa la Lombardia dal resto d’Europa ma anche, talvolta, dalle altre realtà d’Italia. Veti locali di chi ingigantendo i rispettivi ruoli vuole dire l’ultima parola su progetti che, quindi, rischiano di diventare materia per studi accademici. Valutazione cronistica che Massimo Sordi, vicepresidente dalla Camera di Commercio milanese, traduce con un occhio puntato sul futuro, «senza un’adeguata rete infrastrutturale il tessuto produttivo del territorio lombardo si ritrova come un corpo atletico senza spina dorsale: incapace di correre quando potrebbe benissimo farlo». Immagine della Lombardia dove, «senza alcun dubbio», passi avanti importanti sono stati fatti ma dove «ancora molto deve essere fatto». Traduzione: «Occorre una politica dei trasporti coraggiosa e lungimirante, che discuta il rapporto tra trasporto su gomma e su ferrovia che vogliamo privilegiare, nonché quale politica degli investimenti, senza dimenticare una più attenta educazione civica per quanto riguarda l’utilizzo della macchina».
Denuncia accompagnata dall’elaborazione dei dati Istat da parte della Camera di Commercio: il rapporto in Lombardia tra veicoli circolanti e rete viaria (1.738,7 veicoli per 100 km di strade) è il doppio della media italiana mentre quello tra estensione delle strade e popolazione residente (43,6 km ogni 100 abitanti) è la metà. Fotografia negativa per la regione che possiede il 16 per cento del parco veicolare nazionale (quasi sette milioni) e che vede passare sulle proprie strade qualcosa come 270,7 milioni di tonnellate di merci in uscita (pari al 21,9 per cento del totale nazionale) e 265 milioni di tonnellate in entrata (21,8 per cento nazionale). Radiografia che mostra il suo limite quando si danno i numeri e le percentuali della rete viaria lombarda rispetto al valore medio nazionale. L’indice regionale è, infatti, pari al 16,6 per cento ovvero 16,6 chilometri quadri di strade ogni 100 chilometri quadrati di superficie rispetto a una media nazionale pari al 17,4 per cento. Risultato che pone la Lombardia al tredicesimo posto tra le regioni italiane.
Ma vediamo altri numeri assoluti, quelli della rete viaria della Lombardia, dove si perde più tempo che nel resto d’Italia per raggiungere il posto di lavoro: la rete stradale raggiunge quota 11.575 chilometri pari al 6,8 per cento di quella nazionale cioè è la terza regione per dotazione di strade dopo il Piemonte (22.691 chilometri) e, sorpresa, la Sicilia con 16.432 chilometri. In specifico, le autostrade ammontano a 577 chilometri, l’8,9 della rete autostradale nazionale; le statali a 3.336, il 7,5 nazionale; le provinciali a 7.788 pari al 6,5 nazionale e, infine, ci sono dieci chilometri di raccordo. Sintesi di un sistema viario dove quasi uno studente su due e tre lavoratori su quattro - tra quelli che non si muovono a piedi - utilizzano la macchina privata: dato superiore alla media nazionale. Facile, dunque, comprendere come le strade lombarde siano strette, troppo strette per chi studia, vive e lavora nella regione più industrializzata d’Italia. Con i cittadini che le esigono per muoversi con rapidità e senza code e gli imprenditori che le reclamano perché sanno che sono essenziali per sopravvivere nella competizione produttiva.
gianandrea.zagato@ilgiornale.it