«La lotta per la casa è all’origine di rabbia e frustrazione»

Un mondo di mondi, una Belleville in salsa meneghina. Difficile parlare di via Padova al singolare, come se si trattasse di una realtà unitaria e uniforme. Una via lunga quasi 5 km, che raggruppa nazionalità diverse, europee ed extracomunitarie, con i suoi mercati, i suoi odori, le usanze, i colori, le musiche, italiani che frequentano negozi di stranieri e stranieri che si sentono minacciati da altri stranieri. Una convivenza fatta di gesti quotidiani, di incroci, di liti sui pianerottoli, ma anche di solidarietà tra genitori, per esempio, consigli tra massaie e scambi culturali.
Forse non tutti lo sanno, il quartiere non racchiude solo i volti di tutto il globo, ma anche tutti i gradini della scala sociale. Gomito a gomito vivono ricchi e poveri, famiglie strozzate dai mutui a tasso variabile e milanesi benestanti. Alfredo Agustoni, docente alla facoltà di Scienze sociali dell’università di Chieti- Pescara e Alfredo Alietti, docente di Sociologia Urbana all’Università degli Studi di Ferrara via Padova la conoscono moto bene: per scrivere il saggio Società urbane e convivenza interetnica. Vita quotidiana e rappresentazione degli immigrati in un quartiere di Milano (Franco Angeli) hanno macinato chilometri, intervistato i residenti, incontrato i rappresentanti delle comunità. «Uno dei problemi fondamentali della zona, in parte all’origine della rivolta di sabato sera, è il disagio abitativo - spiega Agustoni -. Pochissimi gli alloggi di edilizia residenziale pubblica nella zona, dove si registrano però affitti più bassi che nel resto della città. Inoltre il quartiere è molto ben servito dai mezzi pubblici. Prezzi abbastanza bassi e servizi hanno attirato nel crocevia tra via Clitumno, via Pasteur, via dei Transiti, Crespi, Arquà, Rovereto, via Giacosa, Turro, moltissimi stranieri, che vivono in case in rovina dove gli italiani non vivrebbero mai». I proprietari degli immobili ne approfittano per dare alloggio agli stranieri, regolari e non, facendo leva anche sulla sprovvedutezza degli immigrati che non che hanno idea del mercato degli affitti in città».
A loro volta gli extracomunitari, in assenza di controlli, ne approfittano in parte per subaffittare il loro posto letto o ospitare qualche amico e parente, trovandosi a vivere in condizioni disumane. «A soffrire maggiormente di situazioni come questa, che portano inevitabilmente a situazioni di disordine, sporcizia, caos e rumore negli stabili sono soprattutto gli anziani, in particolare anziane donne rimaste sole». Vivere in meno di un metro quadrato a testa porta a trascorrere la maggior parte del tempo libero all’aperto, per strada o nei parchi, frequentati soprattutto dai sudamericani «che amano in particolare fare festa e hanno una speciale predilezione per alcol, che si traduce in schiamazzi e disturbo della quiete altrui».
Questi stranieri filippini, la prima comunità in via Padova, egiziani, cinesi, peruviani, cingalesi ed ecuadoregni, storicamente non hanno fatto altro che prendere il posto degli immigrati siciliani e calabresi che negli anni Cinquanta affollavano le strade con i loro banchetti di frutta e verdura. Ora gli italiani che in alcuni casi sfruttano gli immigrati gonfiando i canoni di affitto o stipulando contratti in nero, sono gli stessi che manifestano diffidenza e intolleranza verso gli stranieri. «Nessun paragone con le banlieue parigine, non c’entra nulla - premette Alietti -: intanto quello che è accaduto in via Padova è un caso isolato, e poi i maghrebini che si sono ribellati a Parigi sono francesi. Qui, invece ma gli stranieri anche se regolari- impossibile conoscere il numero dei clandestini di via Padova - toccano con mano la diffidenza e la distanza nei loro confronti. Sanno di essere sfruttati, e allo stesso tempo di essere esclusi. Da qui la frustrazione e la rabbia di sabato».
Via Padova nasce come quartiere operaio, così com’è a metà strada tra Milano e Sesto San Giovanni: «fino a vent’anni fa le parrocchie, numerosissime in zona, e le organizzazioni del Pci fungevano da filtro per le tensioni sociali tra milanesi e immigrati. Il vero problema - continua Alietti - è che certe situazioni sono state abbandonate a se stesse. Ci sono indubbiamente delle zone franche che hanno favorito negli anni dominasse per le strade la legge del più forte. Allo stesso tempo non c’è stata e non c ’è una politica di sostegno alle associazioni che si occupano di mediazione sociale di integrazione, di messa in rete di tutte le forze che lavorano, dalle parrocchie alle associazioni culturali, per l’integraizone».