Per la lotta al diabete ambulatorio in piazza

Mariani (San Carlo): «Malattia in aumento fra gli immigrati, effetto del benessere»

Marco Mastrorilli

Fissata per oggi in piazza San Babila, la «Giornata mondiale contro il diabete». Istituita per iniziativa dell’«International diabetes federation», l’appuntamento vuole rammentare al mondo la gravità di questo fenomeno: più di 200 milioni le persone affette a livello globale. L’ospedale Niguarda, parallelamente, ha installato in piazza Duomo un ambulatorio mobile per uno screening diabetologico gratuito, presentato dall'assessore comunale alla Salute Carla De Albertis: aperto dalle 10 del mattino fino alle 17.30 del pomeriggio (con una breve pausa durante il pranzo), la tensostruttura stazionerà ai piedi della Madonnina fino a martedì prossimo. Inoltre, tutte le associazioni dei pazienti diabetici della città di Milano e provincia, con i loro volontari, hanno scelto di unire i loro sforzi organizzando un presidio in piazza San Babila, in cui l'assessore De Albertis si recherà oggi alle ore 12.
I numeri del resto parlano chiaro. A livello nazionale si contano due milioni di diabetici noti, trecentomila nella sola Lombardia. Ma attenzione: il 50 per cento dei malati è «sommerso», ciò significa che altri 2 milioni di persone ne sono affette senza saperlo. La frequenza della malattia inoltre, è del 5-6 per cento dopo i 45 anni e sale a circa il 10 superati i 60. L’obiettivo del Niguarda e degli altri ospedali meneghini è, quindi, quello di garantire un’informazione completa e un’occasione di prevenzione ai soggetti a rischio quali parenti diabetici e le persone obese.
«Lo “tsunami diabete” ha ripercussioni ancor maggiori in ambito internazionale - come afferma il dottor Mariani, presidente dell’Associazione medici diabetologi Lombardia e responsabile in materia al San Carlo -. Le migliori condizioni di vita dei Paesi del terzo mondo (Sri Lanka, Pakistan, Ecuador per citarne alcuni) e la stessa immigrazione, hanno favorito il “benessere della scatoletta” e nuovi stili di vita, adottati o mutuati dalla cultura ospitante, a cui l’organismo non era abituato. Capita sempre più spesso di riscontrare diabete in immigrati e sempre più spesso in donne in gravidanza».
Accanto alla rilevanza crescente di questa malattia, anche la medicina ha fatto progressi: se prima l’aspettativa di vita di un soggetto sottoposto a dialisi era di cinque o sei anni di vita, oggi, grazie anche alla collaborazione di personale sempre più esperto coadiuvato sia da una visione di “team“ che da macchinari sempre più efficienti, raggiunge limiti molto superiori.
Il desiderio da porre in essere nei prossimi mesi, è quello di mettere a punto una strategia comune di intervento tra associazioni, ospedali, Asl e medici di medicina generale, che tenga conto del ruolo centrale del paziente. Appare evidente quindi, che lo “scoprirsi” diabetico implichi oltre all’aiuto di una squadra di specialisti, una modifica sostanziale del proprio stile di vita in un’ottica di prevenzione.