Macché rivoluzione, Barack è yankee

Tutti, chi lo ama e chi no, devono rassegnarsi: Obama è l’America. Non è venuto da un’altra storia. Non è un alieno. Non cambia il volto di questo Paese, anche se è nero e i suoi santi sono in Kenya. Non rompe con la tradizione. Non è una bestemmia. Non ripudia, non rinnega. Non è la Barbie nera che l’Europa sogna di adottare. Non è il sorriso buono dell’impero. Barack Obama è semplicemente l’America e la sua faccia può trovare posto sulla roccia del Monte Rushmore, laggiù nel Sud Dakota, accanto a George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abramo Lincoln. E lì il colore non si vede.

Obama è la risposta alla crisi, una coperta di Linus contro l’incertezza. È la voglia di cambiare, dopo che il secolo ha voltato pagina e tutti cercano di vedere uno straccio di futuro dietro l’angolo. È una «prima volta», e come tutte le prime volte piace o fa paura. Ma la sua vera forza è un’altra. Obama non viene dal nulla. Ha un passato ed è americano. Lo vedi in quello che dice. Nei suoi gesti, nei suoi sorrisi, nel modo in cui parla, guarda la folla, si muove, pensa, respira. Lo vedi nella camicia bianca sotto la giacca blu. È l’America che ha digerito la sua storia. Obama è una cicatrice che non fa più male. È lì, la senti sfiorandola con un dito, come un segno di riconoscimento che sfregia il volto, ma lo rende vero. È questo il coraggio dell’America: non nasconde i suoi peccati. Ci ha sempre fatto i conti. Sempre.

Si sono massacrati sulla linea Mason e Dixon, lì dove il Nord diventa Sud, e non hanno avuto paura di dire che era una guerra civile. Fratelli contro fratelli. Hanno sprecato il sangue della loro gioventù sul fronte occidentale o in Normandia. Hanno buttato l’atomica in faccia al Giappone e poi hanno sussurrato «Mio Dio», con il rischio di impazzire. Hanno fatto i conti con i figli e i nipoti degli schiavi. Non hanno nascosto i ghetti. Non hanno nascosto il razzismo. C’era. C’è. Ma intanto uno di loro è presidente. Hanno fatto guerra nel mondo e al mondo. E poi hanno raccontato la vergogna dei reduci del Vietnam. Hanno visto le torri cadere, maledicendo l’Islam e il suo Dio. Ora, in Europa, molti sperano che Obama sia qualcosa di diverso. Pensano che il «cambiamento» sia ripudio. Sbagliano. Obama non rinnegherà mai l’America. Non rinnegherà mai se stesso. È questo che tutti gli antiamericani, di destra e di sinistra, devono accettare. Quelli che hanno bruciato le bandiere, quelli che hanno gridato «yankee go home», quelli che non amano il baseball e vedono solo film europei, meglio se italiani. Quelli che non mangiano McDonald’s, boicottano la Coca Cola e pensano che l’11 settembre sia solo una truffa, quelli che sotto sotto rimpiangono il Muro di Berlino o le svastiche sul sole. Quelli che non hanno mai perdonato all’America di aver distribuito cicche e sigarette, quando in Europa fumavano solo le macerie. Tutti questi devono rassegnarsi.

Obama è come tutti gli altri presidenti: quando sente suonare The Star Spangled Banner si mette una mano sul cuore. E canta: «La bandiera coperta di stelle sventolerà per sempre sopra la terra della libertà e la casa del coraggio». Obama non è la rivincita degli antiamericani. Quest’uomo che non ha mai vissuto in un ghetto e non ha antenati in catene non è Martin Luther King e tantomeno Malcolm X. È un profilo un po’ più complicato. Qualcuno potrebbe definirlo un «nerobianco», uno di quelli che Stephen Carter narra nell’Imperatore di Ocean Park, gente ricca, colta, élites che non ha mai giocato a basket sul cemento di Harlem, ma aveva già un posto eccellente all’università. Quasi una contraddizione, un wasp afroamericano.

Ma quest’uomo ha sposato Michelle, nuova Marianna della nazione nera. Ed è lei che comanda. Senza strafare. Quest’uomo non è Kennedy e neppure Roosevelt. Non è il repubblicano Lincoln e non vendeva come Carter noccioline a cinque anni. Ma è comunque un altro volto di questa terra dove, davvero, tutto è ancora possibile. È figlio di una cultura che ha regalato al mondo una costituzione dove l’umanità può specchiarsi, senza arrossire. È lì, in quella carta firmata da uomini liberi, che sono scritti per sempre i principi dell’Occidente. E Obama giurerà di difenderli, contro tutti i suoi nemici. Obama è una profezia. È l’uomo invisibile di Ralph Waldo Ellison che esce dal nulla. The invisible man è il romanzo visionario, biblico e profondamente concreto che narrava il dramma dei «negri», gli ex schiavi che l’America aveva liberato e poi finto di non vedere, invisibili, come una colpa, come un brutto ricordo, come un’eredità sgradita, come un’anomalia. Il vecchio Ellison credeva nell’America. Come Obama non l’ha mai rinnegata. L’amava, con la lucida follia del teologo. L’America come una religione, come un avvento. Ma Ellison diceva: l’America troverà finalmente se stessa quando l’uomo nero non sarà più invisibile. Ellison ne era certo. Quel giorno sarebbe arrivato. Non come una punizione. Non come un’altra America. Ma come l’America che si guarda in faccia e non ha più paura. Non è un caso se Obama ha aperto la campagna elettorale a Springfield, dove Abramo Lincoln pronunciò il discorso sulla casa divisa. E ha chiuso a Manassas, in Virginia, terra sacra dei sudisti, dove si svolse la battaglia di Bull Run, gloria dell’esercito confederato. È il suo modo per sanare la frattura della guerra civile. Esiste una sola America. Lo disse alla convention democratica quattro anni fa. «Non esistono un’America liberal e un’America conservatrice. Esistono gli Stati Uniti d’America. Non esistono un’America bianca, nera, ispanica, asiatica. Esistono gli Stati Uniti d’America». Nessuno sa che presidente sarà Obama. Di certo c’è che non sarà solo. L’orgoglio dei romani di fronte al mondo stava in tre parole: «Civis romanus sum». Lo stesso può dire Obama. Sono americano. E ha la stessa forza.