Maria Antonietta Un mito che si racconta

Da oggi a domenica incontri, mostre e film sulla regina di Francia che salì al patibolo il 16 ottobre 1793

Miriam D’Ambrosio

Maria Antonietta d'Asburgo Lorena (Vienna 2 novembre 1755-Parigi 16 ottobre 1793), la figlia di Maria Teresa d'Austria, arrivò a Parigi all'età di quattordici anni, sposa di Luigi XVI. Giovanissimi entrambi, conobbero i loro corpi dopo oltre sette anni di matrimonio e iniziarono insieme un'avventura troppo grande: essere la guida della Francia intera, così lontana dalla loro corte.
Fu l'inizio di un percorso di magnificenza e caduta, di meschinità gratuite e lei, la viennese, la straniera, divenne il capro espiatorio privilegiato.
A restituire verità a questa figura di donna entrata nel mito, contribuiscono in questi giorni, da oggi a domenica, gli incontri (mostra, rassegna cinematografica, convegno, concerto) organizzati all'Atelier Gluck, via Gluck 45 in collaborazione con le Centre Culturel Français de Milan.
Si parte oggi alle 20 con la proiezione del film di Ettore Scola, «La nuit de Varennes» (1982), si prosegue con la mostra fatta di stampe dell'epoca, libri rari (tra cui la copia del primo romanzo edito nel 1895, sulla regina di Francia e suo figlio Luigi XVI), riproduzioni di ritratti. Non sono giorni scelti a caso questi: proprio il 12 ottobre 1793 Maria Antonietta compare davanti al Tribunale Rivoluzionario e il 16 ottobre alle ore 12.15 sale le scale del patibolo con le mani legate dietro la schiena, urta il piede del boia, chiede «pardon» e, dignitosa, si offre alla morte, senza un lamento né una lacrima, guardando quel popolo mai visto nelle brevi visite alla città. «Vengono fuori aspetti inediti della personalità dell'ultima regina di Francia - racconta Enrico Ercole, organizzatore insieme a Louise Tschabuschnig - si comprende quello che ha subìto, si conosce la sua ingenuità di adolescente che scriveva a malapena in tedesco, non parlava una parola di francese e sapeva fare alla meno peggio la sua firma, lasciando colare macchie d'inchiostro, come si vede dal contratto di matrimonio. A Vienna c'era una dimensione più familiare a corte: prima di andare a letto Maria Teresa preparava cioccolata calda per tutti i figli mentre Francesco I suo marito, suonava il violoncello. La corte di Francia invece era il regno del pettegolezzo e dell'apparenza. Una volta che Maria Antonietta indossò per la seconda volta lo stesso paio di scarpe regalatele dalla madre, fu scandalo. Maria Teresa donava ai figli un paio di scarpe nuove all'anno, ma sua figlia a Versailles fu obbligata dagli usi a cambiare radicalmente abbigliamento ogni volta che appariva in pubblico».
La straniera, chiamata da alcune dame in senso dispregiativo la «Petite Rouge» (per il colore dei suoi capelli) fu accusata di sperpero e le furono attribuite frasi mai pronunciate. In realtà, le finanze francesi erano in ginocchio per la guerra contro gli Inglesi in America.
«Lo spreco era la regola - continua Ercole - la mostra ci offre un assaggio della moda del tempo e delle assurde capigliature. I vestiti erano pesanti e le dame avevano difficoltà a sedersi. In testa non portavano parrucche ma vere «impalcature» chiamate «castelletto» in filo di rame. I capelli erano fissati alla testa con treccine, e l'interno del castelletto riempito con il crespo di capelli veri e pelo di capra. Tutto veniva foderato con i capelli della dama e poi si aggiungevano boccoli veri e finti. Si poteva guarnire l'acconciatura con frutta e verdura, a seconda delle stagioni. Queste «opere» raggiungevano anche l'altezza di un metro e mezzo, una tortura allucinante cosparsa di cipria e tenuta ferma dal miele (non essendoci lacca). Il problema dei pidocchi si risolveva grattandosi con manine d'avorio o mettendo all'interno della «selva» un piattino con miele e sangue per attirare lì i parassiti».
Un mondo finto per una regina con un marito troppo debole, difeso fino alla fine. Una giovane donna che si trova ad affrontare l'accusa infamante dell'incesto, che vede morire chi ama, che viene spiata dalle guardie mentre si cambia nella sua cella umida.
I quattro giorni dedicati a lei lasciano che il pubblico scopra il suo amore e il suo talento per la musica (lei stessa compose un'aria, «C'est mon ami»), per il teatro (cantava e recitava, adorava la parte di Rosina ne «Il barbiere di Siviglia»), per la madre e per i figli con i misteri che li accompagnano.