Martini, l’illustratore di Edgar Allan Poe

Trevigiano di nascita, gotico nell’animo e milanese d’adozione, Alberto Martini è il secondogenito di una nobildonna della casata Spineda de Cattaneis e di un insegnante di disegno. Iniziato all'arte dal padre, scopre subito la propria vocazione per l’illustrazione a china e per la grafica in bianco e nero, tanto che nel 1898, appena più che ventenne, è in Baviera per studiare Dürer e i grandi incisori tedeschi del ’500. Da loro prende tutto, la tecnica, la complessità della composizione e la cura del particolare, che poi rielabora con quel gusto simbolista e quell’inclinazione al noir e al fantastico, al terrifico e al grottesco, che caratterizzano già i suoi primi lavori (per il «Morgante Maggiore» di Luigi Pulci, per «La secchia rapita» del Tassoni e per alcune testate tedesche) e che poi sublima nelle tavole dedicate ai racconti di Edgar Allan Poe, composte tra il 1905 e il 1908.
Un rotondo anniversario che non poteva passare inosservato, almeno a Milano, dove Martini morì nel 1954, ma soprattutto visse e lavorò a più riprese, collaborando con riviste, editori, teatri, intellettuali (Vittorio Pica su tutti) e galleristi diversi, mecenati e collezionisti. Non stupisce, allora, che a ospitare le sue opere siano ancora oggi degli spazi privati, quelli delle Gallerie Borromei. Che testano la loro apertura al moderno con questa raffinata incursione nell’illustrazione del primo Novecento. Presentando settantacinque inediti, tra cui l’intera «Lotta per l'Amore», un ciclo di guazzi a china quasi contemporaneo (1904-1905) a quello ispiratogli dallo scrittore americano.
I bozzetti e le incisioni in mostra (fino al 23 maggio) non hanno la meticolosa perfezione delle celebri tavole per la «Divina Commedia» o di altri lavori della maturità, come il celebre ritratto della marchesa Casati, ma sono impetuosi come opera giovanile comanda, intensi nel tratto e nelle pose, ombrosi come le sue metaforiche e ossessionate speculazioni sulle passioni umane. «Amore, odio, cupidigia, tormentano l'umanità. Vidi e disegnai. Con foga febbrile, come si vede, concepii la lotta immane in modo che le raffigurazioni assurgano a simbolo», scrive trentacinque anni dopo, quando nella sua autobiografia, «Vita da artista», ripensa a questa «Lotta».
La lotta per l’Amore
Gallerie Borromei
Fino al 23 maggio
Informazioni: 02.8900980