Martinitt e Stelline Apre il museo della fratellanza

Questa è una storia che comincia tanto, tanto tempo fa ma che ci dice di Milano molto più di mille analisi sociologiche. È la storia dei Martinitt e delle Stelline, un'istituzione di assistenza a orfani che risale addirittura al Cinquecento.
A dirla tutta, non comincia a Milano, ma a Venezia. Dove san Gerolamo Emiliani, figlio di un senatore veneziano, dopo la propria liberazione dalla prigionia di guerra e in segno di riconoscenza verso la sorte, radunò gli orfani della città lagunare in una sua proprietà.
Il milanese Francesco Sforza lo venne a sapere e non perse tempo: nel 1528 gli offrì la possibilità di ospitare gli orfani presso l'oratorio di San Martino di Milano, in un palazzo nell’attuale via Manzoni. Gli orfani da allora vennero chiamati Martinitt, mentre le ragazze furono battezzate Stellin (le Stelline). Comincia così una storia che, attraversando i secoli, narra di una Milano solidale, pronta a dare assistenza ai suoi piccoli cittadini abbandonati dai genitori.
Oggi nasce un museo che celebra questa epopea della solidarietà, ricordandoci quanto ancora si possa fare per la tutela dei minori svantaggiati: questa mattina sarà Sandro Bondi, ministro per i Beni e Attività culturali, a tagliare il nastro al «Museo Martinitt e Stelline», in corso Magenta 57, proprio al confine con il Palazzo delle Stelline. L'idea di un museo multimediale è dell'Azienda di servizi alla persona che raduna gli Istituti Martinitt e Stelline e il Pio Albergo Trivulzio: il museo, suddiviso su quattro piani e in dieci sale, raccoglie documenti, foto e testimonianze del vissuto tra le mura di questi istituti milanesi che chiamare orfanotrofi è davvero riduttivo.
Il visitatore, accolto all'ingresso da una suggestiva proiezione di visi di fanciulli accompagnata da una eco di voci, impara a conoscere la loro storia, quella di bambini abbandonati che hanno potuto trovare un letto, un piatto, ma soprattutto un'educazione e un lavoro. Professioni pratiche e lavoretti per i martinitt, l'arte dello stiro per le stelline: partiva da piccole cose la possibilità di sopravvivere, una volta adulti. E se nel corso dei secoli sono cambiate le sedi degli orfanotrofi (dopo quella in via Manzoni, il convento di San Pietro a Gessate, poi un palazzo di Brera e, dal '32, con l'inaugurazione della sede voluta da Mussolini, in via Pitteri 57, dove ancora vi sono i Martinitt) il senso del progetto non è mutato: nelle aule si apprendono le nozioni di base e nei laboratori si pratica attività manuale.
Il nuovo museo, oltre a documenti amministrativi e regolamenti (che magari oggi paiono fin troppo rigidi), si serve di simulazioni per spiegare, soprattutto al pubblico giovane, che cosa significasse all'epoca essere un martinitt o una stellina. Clip multimediali approfondiscono poi le figure dei principali benefattori, perché quello dei martinitt e delle stelline è una testimonianza di quella «beneficenza del fare» che da sempre contraddistingue i milanesi.
Con sorpresa e commozione, si scopre infine come alcune personalità illustri non sarebbero diventate quello che sono senza aver indossato da piccoli la divisa dei Martintt. Tra questi, Angelo Rizzoli, fondatore dell'omonima casa editrice, Edoardo Bianchi, fondatore dell’azienda di bici e auto, e l’imprenditore Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica-Ray Ban e oggi, a sua volta, benefattore impegnato con la Fondazione Luxottica a donare lenti e occhiali nei Paesi in cui gli strumenti per veder bene sono un lusso per pochi.