Matteotti, l'«aristocratico» che per Gramsci era il nulla

A novant'anni dalla morte la sua attualità politica in un incontro alla biblioteca Sormani

A novantanni dalla sua scomparsa la figura e l'opera di Giacomo Matteotti vanno ben al di là delle drammatiche circostanze della sua morte. Dai suoi comportamenti e dalle sue parole emergono con chiarezza le caratteristiche straordinarie di un uomo che univa passione politica, intransigenza morale, elevata competenza professionale, alto senso di responsabilità soprattutto nei momenti più difficili. Sarebbe riduttivo limitare la sua azione politica al solo irriducibile contrasto con il fascismo che lo portò consapevole a mettere in gioco la sua stessa vita. Nei suoi scritti spesso si ritrovano intuizioni profetiche come per la sua coerente scelta pacifista nel conflitto mondiale o nel caso dell'invasione del bacino della Ruhr che impoverì ed umiliò il popolo tedesco già stremato dalla sconfitta. Alcuni appaiono più che mai attuali: quelli sull'equità e sulla progressività reale del prelievo tributario, sugli sprechi del pubblico denaro a favore di un'imprenditoria parassitaria, sulle conseguenze profondamente negative del protezionismo, sul sistema elettorale o sulla necessità dell'indipendenza dai partiti delle organizzazioni sindacali.

Le sue idee potevano non essere condivise ma erano sempre sostenute da argomentazioni razionali. Straordinaria è la chiarezza con cui indica nei Comuni lo strumento per utilizzare l'amministrazione, che deve essere sempre attenta e rigorosa, come «un patrimonio di forza e di azione della collettività di fronte all'individualismo borghese». Ciò che più colpisce nel pensiero e nell'azione di Matteotti è il suo rigore nel costruire una linea politica che non ammette compromessi sui principi. Alla violenza, anche nelle situazioni più tragiche, non si risponde con la violenza e la priorità dei socialisti e del mondo del lavoro è ristabilire lo stato di diritto sequestrato dalla violenza fascista. Matteotti non si esercitava sulla retorica dei miti di una rivoluzione a cui peraltro la sinistra italiana era del tutto impreparata. Anche per questa sua lucidità di analisi della situazione politica fu giudicato da Antonio Gramsci dopo la sua morte come «cavaliere del nulla, combattente sfortunato ma tenace fino al sacrificio di sé, di un'idea la quale non può condurre ad altro che ad un inutile circolo vizioso di lotte e di sacrifici senza via d'uscita».

L'incomunicabilità tra comunisti e socialisti, che peraltro lo stesso Matteotti aveva sottolineato senza incertezza, non poteva essere espressa più chiaramente. Invece per Piero Gobetti, che lo definì «volontario della morte», Matteotti era «un aristocratico nello stile, cresciuto con l'istinto della lotta dura e con la dignità del sacrificio, il suo sovversivismo nasceva su un solido fondo di virtù conservatrice e protestante, ostile alla demagogia e alla ricerca di tesi concilianti». Nelle lotte contadine del suo Polesine, dove veniva visto come un traditore dagli agrari che gli ricordavano le proprietà terriere di famiglia, Matteotti perseguiva obiettivi concreti per la difesa dei salari e il collocamento della manodopera attraverso la gradualità di passi progressivi alternativi ai «programmi di inquietudine e di rivoluzionarismo inconcludente del sindacalismo isterico». Infaticabile nel suo lavoro di assistenza amministrativa riusciva sempre a trasportare la discussione su un terreno concreto di capacità di iniziativa. Anche per quel tempo era un eretico, guardiano della rettitudine politica, sempre pronto alle battaglie più ingrate e a pagare di persona. Spesso si sentiva isolato nello stesso Partito socialista unitario, di cui era stato eletto segretario nel 1922. Era un formidabile organizzatore ossessionato dalla semplicità, dalla chiarezza e dalla concretezza. La sua padronanza del bilancio dello Stato nasceva dal fatto di avere studiato a lungo i bilanci dei comuni. Per un socialista la sua severità amministrativa poteva apparire paradossale. Secondo Matteotti la vera rivoluzione si sarebbe realizzata quando i lavoratori avessero imparato, non per decreto né per ribellione, a gestire la cosa pubblica. Era un uomo di stato che considerava potere e responsabilità due facce della stessa medaglia.

Walter Galbusera
Presidente Fondazione Anna Kuliscioff