MATTEUCCI Il signore del Liberalismo

Filosofo della libertà, fu un argine contro la demagogia piazzaiola post Sessantotto

Era quasi Natale, un anno fa. Il professore faticava a parlare. Il respiro stanco, su e giù, il ritmo segnato da lunghi sospiri. Accanto alla poltrona c’erano le bombole d’ossigeno. Ogni tanto allungava la mano e con un gesto nervoso piazzava la mascherina bianca sul volto. «Mi tocca andare avanti così», diceva. Le parole erano lente, qualche volta dure, pronunciate con rabbia, altre morbide, come un sorriso. «Mi stanco in fretta. Questa chiacchierata dobbiamo farla a puntate. Un quarto d’ora al giorno. Ormai questa è la mia autonomia. Bastano?». Bastarono.
Nicola Matteucci non ha mai smesso di essere lucido. Neppure l’altra notte, l’ultima di ottant’anni di vita. Stava scrivendo per questo giornale, un’analisi sul ceto medio, quello tartassato, in cerca d’identità, senza voce politica, sommerso, superato, un pezzo di spina dorsale di questo paese andato in frantumi. Ha scritto fino all’ultima riga. Quel giorno di quasi Natale aveva detto: «Senza la piccola iniziativa non c’è vero mercato. Già Adam Smith ricordava che andiamo a comprare il pane tutti i giorni e scegliamo il negozio dove c’è il fornaio che lo sa fare meglio». O dove costa meno. «Se vuole anche dove c’è la fornaia più simpatica e carina. Basta che ci sia libertà».
I vecchi hanno pensieri strani. Non amano l’ipocrisia. Ne hanno vista troppa. Il professore era burbero, spiccio, un uomo senza scorciatoie. Detestava i professori di Stato e quelli di piazza, i boiardi dell’economia pianificata, gli adulatori, i riciclati, gli estremisti della domenica, i rivoluzionari in cardigan e con la minestra sempre calda sulla tavola. Certi discorsi e certi volti gli rovinavano ancora l’umore. Nero con le Finanziarie da predoni. Nero con chi, per quieto vivere, è disposto ad accettare l’egemonia della cultura islamica. Nero con i pasdaran del laicismo. «Benedetto XVI ha detto: bandire Dio dalla vita pubblica non è tolleranza. Bene, sono con lui». Ti sorprendeva: «Lo sa chi è oggi il più pericoloso avversario del liberalismo?». No. «Il laicismo». Ma i liberali sono laici? «Ho detto laicismo. Il laico riconosce il primato morale della coscienza dell’individuo, il laicista considera invece lo Stato come interprete della verità. Tocqueville riteneva che la religione e le chiese fossero indispensabili per mantenere la libertà in una democrazia, perché ci allontanano dalla spinta esclusiva e alla fine distruttiva verso il benessere». Tocqueville, l’autore più amato: «Ormai lo citano tutti, quasi sempre senza conoscerlo».
Il suo covo era la sede del Mulino, la sua rivista, fondata con alcuni amici nel 1951, quasi un’altra era. Si ritirava lì, in pieno centro, a due passi da piazza Santo Stefano, «la più bella di Bologna», dove si affacciano le finestre di casa Prodi. «Non c’è un gran posto per lui in questo processo storico. Anche se ubbidisce ai ricatti di Bertinotti o alle lusinghe di Casini resta un’anatra zoppa».
Il Mulino era la sua roccaforte. Qui Matteucci si è asserragliato negli anni bui, quando i liberali erano come fascisti, roba da ghetto. Quando l’onda della demagogia spazzava via l’individuo. Erano i tempi del ’68, dell’operaio massa, dei libretti rossi, della rivoluzione pret à porter, della democrazia di piazza, senza libertà. Matteucci fu un argine, un albero antico nel pensiero liberale italiano del Novecento. Ha raccontato quegli anni in un saggio di La società libera e i poteri neutri: «Abbiamo passato molti anni in cui i liberali dovevano o tacere o stare nascosti. Scrissi un saggio sul liberalismo, ma venni preso in giro in quanto l’argomento era un semplice oggetto di antiquariato da esporre in qualche mercatuccio di provincia. Chi mi prese in giro fu il grande corsivista de L’Unità Fortebraccio. Mi definì il generale Dalla Chiesa del liberalismo. Fedele come sono stato ai miei giovanili principi liberali (ho studiato all’Istituto Croce), poi improvvisamente ho scoperto che tutti erano diventati liberali. Mi sono trovato così spaesato, prima avevo un’identità da irridere, come faceva Fortebraccio; adesso dirsi liberali è presentare un biglietto da visita che hanno tutti. Però, in questa atmosfera nella quale tutti si definiscono liberali, scopro che quasi tutti credono di parlare di una cosa nota: invece c’è una profonda ignoranza dei principi del liberalismo. Ci si definisce liberali nell’aggettivo, ma non liberali nella sostanza».
Non è mai stato un sacerdote dell’ortodossia e non si è mai sentito un padre della patria: «Il liberalismo, come filosofia pratica, riguarda i valori e non la verità». La verità, se esiste, è una. Lui non ha mai creduto di averla in tasca. I valori, invece, sono tanti. «Ogni comunità politica - scriveva - è anche una comunità linguistica. Quella liberale è fondata sul dialogo, un dialogo senza logo, se per logo ne intendiamo uno metafisico o scientifico. Bisogna partire dall’individuo, che non è soltanto portatore di interessi, ma anche di opinioni, valori, simboli, perché soltanto l’individuo ha la capacità di dare un significato e un senso alle cose. Nel dialogo conta la persuasività dell’argomentazione in un processo pubblico, che mette l’autonomia di ciascuno in relazione con gli altri».
Non riconosceva neppure le categorie di destra e sinistra. Quando gli chiesero del libello in cui Bobbio fissava il confine tra questi due territori della politica, Matteucci rispose: «Non ho letto quel libro, solitamente leggo cose più intelligenti. Destra e sinistra, diceva Franklin Delano Roosevelt, sono termini da terza elementare». Si divertiva a sfidare il grande vecchio «lib-lab», il maestro piemontese del liberal-socialismo. «Mercato - spiegava - significa anche anarchia, non solo economica, ma anche nel campo delle idee, sempre sotto la sovranità delle legge. Da noi c’è una tendenza al conformismo paurosa. Lo diceva anche Luigi Einaudi, altro liberale dimenticato, forse l’autore italiano più attuale, più di Piero Gobetti. Lo dico, così Norberto Bobbio si incazza».
Matteucci ha scelto il liberalismo in tempo di guerra. È una storia che ha raccontato più volte. «La mia è stata una formazione lenta. Ebbi due grandi maestri, il cattolico liberale Felice Battaglia e Federico Chabod. Ma fu decisiva l’esperienza della guerra. Ero sfollato con la mia famiglia e mi ritrovai in compagnia di una bellissima ragazza. Diventammo amici. Era la sorella del poeta Roberto Roversi. Lui era in Germania e lei custodiva la sua biblioteca. Me la ricordo che toglieva i chiodi dalle ante per tirarmi fuori un libro di Don Benedetto Croce. Lessi tutto Croce. Avevo diciotto anni».