Il mensile «Quattroruote» ripubblica un intervento che il premier, da ex ministro dell’Industria, fece nel 1981 contro la scelta di Palazzo Chigi di aumentare benzina e bollo Quando Prodi diceva: «Le auto non si tassano»

Oggi il Prof vuole superbolli e mette imposte sulle macchine aziendali. Ieri scriveva: «C’è il drammatico rischio di aggravare un perno fondamentale dell’economia»

Paolo Brusorio

da Milano

È il rischio di navigare nelle acque della politica da troppi anni: dai e dai, succede che la zappa ti finisce sui piedi. Capita di contraddirsi nel giro di pochi mesi («Non aumenteremo le tasse» disse Prodi nella primavera scorsa prima di legarsi mani e piedi alla coppia Padoa-Schioppa/Visco), figuriamoci poi quando si tratta di dover rendere conto di quasi trent’anni di parole, opere e omissioni. Qui si parla di tasse sulle automobili. Prima l’imposta sui Suv (conta il peso; no il consumo, ma insomma i proprietari dei macchinoni pagheranno dazio), poi le esenzioni bollo per le auto Euro 4 e per le moto ecologiche promesse e ancora sub judice, fino all’ultima botta: l’impennata dei costi sui fringe benefits. Il 67% in più per chi gode dell’auto aziendale.
Insomma, si può essere d’accordo o no su uno dei filoni scelti dal Professore per coprire i buchi di bilancio, ma che l’automobile sia tra gli ossi da mordere preferiti dalla Finanziaria non ci piove.
Eppure. Eppure una volta, tanti anni fa, Romano Prodi non la pensava così. A rivelare la giravolta del premier, a ritmo di slow visto quanti anni sono passati, ci pensa Quattroruote nel numero in edicola oggi. Il mensile, fondato nel 1956 da Gianni Mazzocchi, è da sempre il faro degli automobilisti e gli scontri col governo Berlusconi, in particolare col ministro dei Trasporti Pietro Lunardi, lo allontanano dai soliti sospetti, quelli di stare da una parte. Lì dentro, al limite, tifano solo per le auto e per chi le guida.
Per questo oggi, in piena tempesta, provano a pizzicare il presidente del Consiglio riproponendo dalla prima all’ultima riga un suo intervento pubblicato nel gennaio del 1981. Allora, Romano Prodi aveva 41 anni e aveva appena lasciato la poltrona di ministro dell’Industria del quarto governo Andreotti dove prese il posto di Donat Cattin alla fine del ’78 per tenerlo fino al 31 gennaio del ’79. In Italia circolavano circa 22 milioni di vetture (oggi sono 36 milioni) e nell’81 furono 1.808.476 quelle immatricolate (2.237.225 nel 2005); per un litro di super si pagavano 850 lire. Tra i tanti, il Paese aveva un problema: rimettere in piedi l’Irpinia sventrata dal terremoto del 1980. Agli italiani, il governo presieduto da Forlani e sostenuto dal quadripartito Dc, Psi, Psdi e Pri, chiedeva sacrifici per la ricostruzione. Come? Tra le altre cose, aumentando il costo della benzina, minacciando rincari per il bollo e più in generale vessando la categoria degli automobilisti. Che anche allora erano tra le mucche da mungere più pregiate. Contro questa politica si schiera proprio Romano Prodi: non ancora completamente conquistato dalle due ruote e dalla maratona, il Professore si veste da Robin Hood del volante. Scrivendo: «Gli aumenti deliberati in questi giorni (anche perché accompagnati da proposte di inasprimenti del bollo) hanno accentuato questa nostra anomalia, che porta a concepire l’automobile non tanto come un oggetto, quanto una fonte privilegiata di introiti finanziari per lo Stato». E poi ancora: «...l’appesantimento della mano fiscale nei confronti dell’automobile è sempre stata ed è la via di minore resistenza dal punto di vista politico. A una a una si sono depennate tutte le alternative e si è rimasti con la solita benzina... In termini generali questa manovra provocherà infatti una certa diminuzione del reddito nazionale (di circa un quinto di punto), ma soprattutto causerà un sensibile aumento dei prezzi (pari allo 0,7-0,8 per cento». Il pericolo, continuava Prodi, «di aggravare un perno fondamentale dell’economia appare perciò in tutta la sua drammatica evidenza».
Questo scriveva un giovane, ma già abbondantemente navigato, Romano Prodi. Era un’Italia diversa, i Suv non stavano nemmeno nelle menti dei progettisti e come dire, il contesto era davvero un altro. Un quarto di secolo fa, mica bruscolini. Però quell’idea di preservare le automobili, e il loro mercato, dalla pressione fiscale sembrava ben stampata nella testa del Professore. Che, allora, pur di salvare le quattro ruote proponeva un’ardita alternativa: visto che in Irpinia la gran parte delle case sono state distrutte - ragionava Prodi - «sarebbe assai opportuno, in casi di necessità, introdurre una tassa straordinaria sui milioni di case che non hanno ricevuto danni». Allora c’erano le ferite del terremoto da guarire, oggi se Dio vuole no. Ma se Bertinotti legge, sono guai.