Messina, quel radar mai usato ma già diventato obsoleto

Il giorno dopo la tragedia del mare ci si interroga sulla sicurezza di quel tratto di stretto. Gli inquirenti tentano di far luce sul Vts di Messina, che è sempre andato a singhiozzo, mentre domani i marittimi scioperano per la sicurezza

«Mai state acque tranquille quelle dello Stretto». Allarga le braccia sconsolato Antonio Samiani, il comandante della Capitaneria di porto di Messina, snocciolando i dati del traffico che incrocia nel braccio di mare che separa la Sicilia dal «continente». Ma non c’è bisogno di scomodare i mitologici mostri di Scilla e Cariddi. Basta tornare al 1985, l’anno dello scontro tra la petroliera greca Patmos e la nave spagnola Castillo de Montearagon, caso simbolo citato nei libri di diritto della navigazione. «Fu proprio quell’incidente - rievoca Pino Foti, segretario provinciale del sindacato Filt-Cgil di Messina - a portare all’emissione del Decreto Carta, che regola le precedenze in mare». E a portare a Messina nel 1992, primo porto in Italia, il più moderno sistema di controllo del traffico navale, il Vts, Vessel traffic service, che registra i tracciati radar delle navi, li incrocia con i dati trasmessi via satellita da un altro sistema (l’Ais, Automatic identification system) e «smista» il traffico, divenendo fondamentale quando gli scafi sono tanti e le condizioni del meteo non sono buone.
Lo Stretto all’avanguardia della sicurezza. Sulla carta. Perché nella pratica il Vts non è mai entrato a pieno regime, non è mai diventato «full operability», come ammette l’ammiraglio Lucio Dassatti, comandante generale delle Capitanerie di porto: «Purtroppo è così. Si è completata la prima fase, quella della realizzazione delle strutture e l’addestramento del personale». Quanto c’è voluto per «addestrare il personale»? In realtà, in seguito al passaggio di competenze tra vari ministeri, il Vts si è acceso per la prima volta in via «sperimentale» solo nel 2003. Sono passati oltre tre anni, e «sperimentazione» e «addestramento» non sono ancora finiti.
Peccato, perché nel frattempo pare che il Vts di Messina sia diventato obsoleto, ancor prima di diventare «full operability». L’ammiraglio, prendendola un po’ alla larga, riconosce che «ci siamo resi conto, terminata la prima fase, che la fase due ha bisogno di essere modificata e implementata perché nel frattempo sono mutati i volumi di traffico navale». Non si sa quanto sia costata, dal ’92 a oggi, la fin qui poco utile «prima fase» del Vts. Tra i sindacati c’è chi azzarda 300 milioni di euro, ma cifre ufficiali non ce ne sono. «Quel che è certo - dice Domenico De Domenico, segretario provinciale della Fit Cisl - è che di soldi per la sicurezza ne andrebbero spesi tanti altri qui nello Stretto. Mi chiedo perché, visto che il Ponte non lo fanno più, non investano qui almeno una parte di quelle risorse». «Invece - rincara Mariano Massaro, segretario regionale dell’Orsa navigazione, sindacato autonomo dei marittimi - qui si investe sempre meno. Anche le Ferrovie dello Stato tagliano mezzi e uomini e lasciano terreno al trasporto privato. Si fa sempre più ricorso a precari che lavorano per 78 giorni l’anno e non prendono dimestichezza con le imbarcazioni». Per domani era già stato indetto uno sciopero dei marittimi. Dopo la tragedia, servirà a richiamare l’attenzione di tutta l’Italia sui problemi della sicurezza nello Stretto. Non quella del ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi, il quale candidamente ha ammesso che «I problemi sulla sicurezza nell’attraversamento dello Stretto di Messina sono noti da decenni».