La metamorfosi del sindacato

La forza della Cgil non è più nelle fabbriche. L’operaio è un ricordo lontano, qualcosa di vecchio, marginale, dimenticato. È un’immagine in bianco e nero negli scaffali degli anni ’70, un manifesto ingiallito, come la marcia del Quarto stato verso un futuro senza più catene, dipinto inflazionato, buono per le bancarelle vintage. La classe operaia, in questo secolo liquido e precario, non è più un affare. La metamorfosi del sindacato comincia da qui. La Cgil è più forte della Caritas. Il 20 per cento degli iscritti, uno su cinque, è un immigrato. Quasi tutti lavorano nell’edilizia, nell’agricoltura e nel commercio. Ormai il sindacato è una forza multiculturale, che vende servizi al cittadino e ha trovato un modo per rimpolpare gli iscritti dopo decenni di crisi. Tutto questo all’ombra dello Stato e dei suoi privilegi. La Cgil (ma anche Cisl e Uil) ha sposato la burocrazia, lasciando l’operaio in fabbrica e i precari nei call center.
È una questione di mercato. La storia, in breve, è questa. C’è una grande forza sociale che sogna la ribellione delle masse e occupa le fabbriche per tutelare i lavoratori. Poi un giorno si accorge che il mondo è cambiato. Buona parte degli iscritti è in pensione. La generazione orfana del posto fisso, esclusa dal welfare, non sa neppure che cosa sia un vero sindacato. La politica prende il posto della rivendicazione aziendale. Il tavolo della concertazione è un governo senza voti. E loro, i sindacati, sono lì, arroccati nella stanza dei bottoni. L’unico rischio è guardare dietro e non vedere nessuno. Una scatola vuota, una testa senza corpo. È il loro dilemma. Contare e contarsi. Il peso politico è tanto, quello sociale quasi non esiste più. Che fare?
La risposta è negli sportelli. Il sindacato cambia ragione sociale. La tutela dei lavoratori si fa a livello macro, in azienda ognuno pensi a se stesso. La vocazione ormai è un’altra, offrirsi come mediatore tra la burocrazia e il cittadino. La metamorfosi è completa: Cgil, Cisl e Uil sono ormai delle società di servizi, spesso a scopo di lucro, garantite da condizioni di quasi monopolio con Stato ed enti locali. I lavoratori, a questo punto, sono un optional. È l’era dei patronati, dei Caaf, della consulenza legale e degli uffici immigrati. È l’era delle dichiarazioni dei redditi e della previdenza integrativa. La fabbrica è davvero lontana, i rappresentanti dei colletti blu ora odorano di fisco e finanza. Sono i broker e i commercialisti di una classe operaia che non c’è più. E anche in questo campo la Cgil si prende la fetta migliore. È radicata sul territorio. È integrata con le regioni rosse e ha alle spalle la cultura aziendale del vecchio Pci.
Qualche tempo fa Giulio Tremonti voleva far saltare i muri di questo mercato. «Nell’agenda delle liberalizzazioni - disse - bisogna inserire Caaf, patronati e servizi vari del sindacato. Pensate agli aiuti pubblici che ricevono per lo svolgimento delle loro attività. I patronati sono sostanzialmente finanziati dallo Stato e dagli enti pubblici. I Caaf ricevono 14 euro per ogni dichiarazione dei redditi che consegnano». La risposta delle tre confederazioni è un inno al buonismo: questi istituti sono nati per sopperire alle inadempienze dello Stato e per dare un servizio alla povera gente.
È quello che racconta uno studente universitario sul suo blog. Ecco come funziona il servizio alla povera gente. Cosa bisogna fare per iscriversi a una facoltà a numero chiuso e con le tasse pagate in base al reddito? Uno: raccogliere tutta la documentazione necessaria ad attestare lo stato redditizio-patrimoniale tuo, della tua famiglia e dei tuoi conviventi siano essi umani, animali o vegetali. Due: portare obbligatoriamente il malloppo ad un Caf (Centro Assistenza Fiscale), che presi i tuoi dati fa delle elementari addizioni e ti permette di autocertificare il tuo Isee. Tre: con le 5 preziosissime cifre che compongono l'Isee correre subito in una postazione internet a compilare la «domanda on-line». Stampare la suddetta domanda e portarla all'apposito sportello universitario. Il commento dello studente sul blog: «Questo sistema è assolutamente scandaloso. Chi non vuole l'assistenza di nessuno è obbligato a rivolgersi a dei Caf convenzionati, perché di fatto il mod.A51 non è contemplato dall'università. Il Caf se ne lava le mani, se una qualsiasi signora Patrizia legge la riga sbagliata del 730, il Caf non ha alcuna responsabilità, perché di fatto ti fa firmare una autocertificazione. I Caf ricevono un contributo dallo Stato per la dichiarazione dei redditi». Sono come i notai, costano meno, guadagnano niente male ma fingono di fare tutto questo per il tuo bene.
Vittorio Macioce