Milano affonda sotto 370 km di fiumi L'esperto: "Ecco perchè affonda"

Una massa gigantesca d’acqua scorre a poca profondità. Decine di torrenti, navigli e canali scolmatori minori L’esperto: l’incrocio col sistema fognario fa il resto, con l’avanzamento dell’asfalto ai danni dei campi agricoli<br />

Milano è finita sott’acqua anche ieri. E così una settima­na fa, e a maggio, e ancora a luglio dell’anno scorso. E in molte altre occasioni, a cui cor­rispondono allagamenti, disa­gi, problemi al traffico e a tan­te abitazioni. Milano finisce sott’acqua a ogni pioggia in­tensa, anche non eccezionale. Non serve un nubifragio, ba­sta molto meno. Ma perché ac­cade? Le cause sono diverse: storiche, territoriali, urbanisti­che. Sotto la città, intanto, scorre - a poca profondità - un’altra città, sommersa. Una massa d’acqua gigantesca: fiumi, ca­nali, torrenti. Molti di questi corsi d’acqua sono stati convo­gliati su Milano per esigenze di natura commerciale, ormai superate. Furono i Navigli, per esempio, a trasportare i marmi del Duomo. Questi cor­si si estendono per uno svilup­po complessivo di circa 370 chilometri e che in gran parte sono coperti, tombati. I tre quarti di questa rete coperta sono corsi d’acqua minori. Per il resto fiumi: 50 chilome­tri di tombinature dei corsi d’acqua maggiori, il Lambro, l’Olona, il Seveso, il sistema dei Navigli Martesana, Gran­de e Pavese, il torrente Merla­ta e altri ancora. Il sistema idrografico natu­r­ale si interseca con quello arti­ficiale. La rete fognaria ha uno sviluppo di 1.407 chilometri, che coprono una superfice ur­banizzata di circa 12mila etta­ri. Quel che accade lo spiega uno dei maggiori esperti del settore, Marco Mancini, pro­fessore ordinario del Diparti­mento di Ingegneria Idrauli­ca, Ambientale del Politecni­co di Milano. «L’intersezione fra il reticolo naturale e quello artificiale provoca la prima dif­ficoltà. Il primo è dimensiona­to per eventi più grandi e rari, il secondo per eventi più picco­li e frequenti ». In pratica acca­de che il sistema delle fogne, il sui esondazione è stata giudi­cata storicamente meno gra­ve, è dimensionato su una por­t­ata che si è calcolato possa es­sere superata ogni 10-20 an­ni, mentre per i fiumi si parla di una tenuta a prova di 100 o 20 anni. Il mutamento dell’uso del territorio e una maggiore in­tensità delle precipitazioni (a prescindere dalle cause dei cambia­menti climatici) - lo spiega ancora Mancini - fanno il resto. Le aree urba­ni­zzate infatti sono più imper­meabili di quelle agricole, e questo fa la differenza per eventi di carattere interme­dio, non eccezionali. Sono sta­te studiate opere che sarebbe­ro risolutive -per esempio l’al­largamento delle sezioni in grado di controllare l’acqua in eccesso attraverso il suo «stoc­caggio », ma servono fondi e tempo. «Intanto - avverte Mancini - si potrebbero adot­tare sistemi di preannuncio di eventi di piena che sono già operativi in altre regioni». Si­stemi di allerta e protezione ci­vile in grado di limitare i danni incrociando modelli di previ­sione meteo con la modellisti­ca idrologica. Per esempio ,ba­nalmente, spostando le auto evitando l’effetto-diga. «Ab­biamo proposto un modello del genere in particolare in vi­sta di Expo» spiega Mancini. Senza manutenzione poi, le opere sono vane. Ma gli esper­ti, nel caso di Milano, assolvo­no invece da colpe il sistema della pulizia: «Sezioni dram­m­aticamente ostruite non ci ri­sultano ».