«Milano. Un’antologia» della città più nascosta

Ferdinando Maffioli

La nostra è l’epoca dell’immagine, della visibilità, del mettersi in mostra. Transitare a tempo determinato alla ribalta dell’effimero è ormai obiettivo irrinunciabile. Ma se la Milano mercantile e produttiva, sede elettiva della modernità, la metropoli della finanza e della moda, è in linea con l’orizzonte dell’apparire, l’altra Milano, la «Milano città» («la città più città d’Italia», scriveva Verga), coltiva il piacere di stare nell’ombra. Da sempre sembra mimetizzare la sua identità, nascondere la sua arte, diluire la sua storia. Ed è proprio questa «Milano città» che bisogna far uscire allo scoperto, se si vuole ritrovare il patrimonio artistico e letterario di chi, nel corso dei secoli, l’ha abitata, visitata, vissuta, elogiata, idealizzata: «È la più bella città del mondo - scriveva Elio Vittorini ad un’amica negli anni Trenta -. Quando ci si è dentro... è piena del mondo, di tutte le possibilità naturali del mondo». Andare oltre la Milano del fare e del produrre, vocazione pur nobile ma che certo non rende giustizia alla «Milano città», è l’obiettivo del volume Milano. Un’antologia di Guido Aghina e Diana Gergiacodis (Skira, 135 pagine, 50 euro) che viene presentato oggi alle 19 nella Sala delle Otto Colonne di Palazzo Reale con Anna Crespi Morbio e Pierluigi Panza. È un’opera che ripropone immagini, atmosfere e impressioni artistiche più o meno note: dal «Palazzo dei Giureconsulti» di Bernardo Bellotto, opera del 1744, oggi nella Pinacoteca del Castello, al «Duomo» di Buzzati (1958), dalla «Stazione Centrale» (quella vecchia che stava più o meno nell’area dell’attuale piazza della Repubblica) di Angelo Morbelli (1889) al «Tondo Milano» di Marco Petrus (2002). Accanto a questa galleria meneghina scorre l’antologia di resoconti, articoli e romanzi dei professionisti della penna. Da Bonvesin de la Riva a Gianni Brera, da Mark Twain a Giuseppe Marotta, da Manzoni a Sciascia. Autori che vedono la città nell’arco di secoli ma che hanno un denominatore comune proprio nell’averla protagonista o scenario essenziale delle loro opere. Per questo è possibile passeggiare con Carlo Emilio Gadda: «Il corso Garibaldi era lì vicino: il mio passo stanco s’era fatto celere e vellutato come quello di un leopardo di turno nella giungla» (Il corso Garibaldi, 1928); raggiungere Porta Venezia con il Walterino, uno dei personaggi di Giorgio Scerbanenco: «Nuotavo nella grana e quasi due anni fa frequentavo una signora... lì, oltre gli antichi caselli daziari» (A Porta Venezia con paura, 1969); o tornare nei primi anni della Galleria, con Luigi Capuana: «Tutte le pulsazioni della vita cittadina si ripercuotono qui. Quando pare che anche ogni movimento sia cessato, dai grandi occhi di cristallo del pavimento può scorgersi che nei suoi sotterranei ferve sempre il lavoro..» (La Galleria Vittorio Emanuele, 1881). Sempre Bonvesin de la Riva scriveva nel 1288 che le chiese milanesi, «degne di tale e tanta città, sono, soltanto entro le mura, circa duecento con 480 altari» e proprio a loro è dedicata l’edizione aggiornata e riveduta, di un'opera attesa perché rimasta, da quando uscì originariamente nel 1985, unica nel suo genere: Le chiese di Milano (Electa Mondadori, 493 pagine, 90 euro).
Il volume offre infatti un sorta d’inventario di tutte le chiese cittadine, comprese quelle andate distrutte ma ancora «visitabili» attraverso la documentazione archivistica e iconografica: un totale di 140 chiese ordinate topograficamente per quartieri. L'introduzione è firmata da Maria Teresa Fiorio, già soprintendente ai Beni artistici di Milano e curatrice del volume, che ha sempre mantenuto una costante attenzione sul patrimonio artistico milanese.