Milano e la paura degli anni ’80

P iacciano o no, i pittori degli anni Ottanta rappresentano l’ultima produzione artistica che l’Italia ha esportato a livello internazionale. La cosiddetta Transavanguardia, movimento fondato da Achille Bonito Oliva che comprendeva Clemente, Cucchi, Paladino, De Maria e Chia, a cui si aggiunge l’opera di grandi pittori come Mario Schifano o Emilio Vedova, spazzò via un decennio di concettualismo con il ritorno alla tela, al colore, alla figurazione. Oggi questo periodo importante, che ebbe come fulcro l’Italia e coincise con un nuovo boom economico e la consacrazione del collezionismo vissuto come status symbol, viene celebrato al Serrone della Villa Reale di Monza in una mostra a cura di Marco Meneguzzo. Meneguzzo, critico colto e serio, ha compiuto un’interessante contestualizzazione di un’epoca che vide Milano in prima linea se non nella produzione di artisti, certamente sul piano del collezionismo, pur con alcune ambiguità. La Milano degli anni Ottanta, in pieno craxismo, era la capitale del mercato easy money e per la nuova borghesia rampante scoppiò la moda di acquistare, oltre a case e macchine di lusso, anche arte contemporanea. «Tuttavia -dice Meneguzzo- sotto la Madonnina non fu subito chiaro che i nuovi pittori lanciati a Roma dalla galleria di Gian Enzo Sperone e a Modena da Emilio Mazzoli, erano la nuova avanguardia, le galline dalle uova d’oro». Ci furono casi emblematici, come quello di Giorgio Marconi -allora il maggior gallerista contemporaneo di Milano- che rispedì al mittente le proposte di Bonito Oliva. «Marconi, che qui fin dal 1965 era il punto di riferimento sugli artisti contemporanei internazionali (da Fontana a Kline, da Rotella a Paolini), non volle credere al ritorno della pittura e rifiutò di prendere nella propria galleria i nuovi pittori. Poi, ovvio, se ne pentì amaramente». Ma in quel momento, a Milano, ci fu anche chi ebbe occhio più lungo, come il gallerista Enzo Cannaviello che presentò al mercato i cosiddetti Nuovi Selvaggi, che erano l’«ala tedesca» della nuova tendenza. Baselitz, Kiefer, Penck, Hodicke e Lupertz erano artisti non di primo pelo che in Germania non avevano mai smesso di dipingere anche negli anni delle performance sull’ «arte totale» dell’ambientalista Joseph Beuys o dell’azionismo alla Hermann Nitsch. «Anche in Italia c’erano artisti, come Schifano, che negli anni Settanta avevano continuato a dipingere, nonostante la dittatura culturale del concettualismo e dell’Arte Povera di Germano Celant. Gli anni Ottanta recuperarono anche chi, come il pittore astratto Emilio Vedova, in Italia sarebbe morto di fame senza le gallerie tedesche che lo appoggiavano». E infatti nella mostra del Serrone della Villa Reale di Monza è in bella vista anche Vedova, posizionato non a caso tra la sezione degli italiani e quella dei tedeschi. Destino dell’Italia, e l’arte contemporanea non fa eccezione, quello di saltare sul carro dei vincitori e rinnegare il passato, salvo poi abbracciare patetici revisionismi. «Purtroppo ciò è un retaggio della cultura avanguardista contaminata dalla politica che in Italia, dal Futurismo in poi, riduce anche l’arte in fazioni, cosicchè il “nuovo“, per legittimarsi, deve per forza ammazzare il “vecchio“. In Germania, così come negli Stati Uniti, nessuno si sarebbe mai sognato di esclamare come si fece da noi negli anni Ottanta: eureka, la pittura è ancora viva! C’è sempre stato rispetto per la qualità di tutti gli artisti. Ma non è un caso se oggi all’estero ci snobbano...».
Milano, si diceva, all’inizio sottovalutò ciò che stava accadendo e che era motivato anche dal bisogno che aveva il mercato di «begli oggetti d’arte» da guardare dopo tanti happening. «Lo sottovalutò anche perchè le gallerie di tendenza, come Marconi, Stein e Toselli, erano condizionate dai due critici dominanti in quell’epoca a Milano, il craxiano Renato Barilli e Flavio Caroli. All’ora non c’era come oggi la globalizzazione imposta dalle fiere d’arte». Poi però i collezionisti aderirono con entusiasmo, complice il grande flusso di denaro che scorreva nella Milano da bere. «Il mercato della nuova pittura cominciò a girare a tal punto che i guru delle gallerie newyorkesi, come Mary Boone e Barbara Gladstone, nell’81 vennero a Milano per... imparare dai nostri, come Cannaviello. Oltreoceano dovevano trovare acquirenti per Basquiat e Schnabel». Singolare che una grande mostra ricca che parla di Milano sia celebrata fuori da Milano, così come avvenne per l’antologica di Schifano, anch’essa curata da Meneguzzo. Paura degli anni ’80, quelli del pre-tangentopoli? «Mah, più semplicemente a Monza hanno capito subito che era un bel progetto. Non dobbiamo dimenticare che proprio quegli artisti fecero successivamente rivalutare agli occhi degli italiani tutta la pittura del Novecento».