«Milano modello per i centri storici»

Cinquantanove anni, fiorentino, l'architetto Roberto Cecchi è direttore generale del ministero per i Beni Culturali e docente di restauro architettonico all'Università La Sapienza di Roma. Lo incontriamo a Villa San Carlo Borromeo di Senago, dimora storica alle porte di Milano. L'occasione è la presentazione del suo ultimo libro, Il restauro (Spirali, 18 euro). «Un volume - esordisce Cecchi - che raccoglie le testimonianze di colleghi, amici e studiosi che hanno avuto modo di presentare il mio precedente libro, I beni culturali. Testimonianza materiale di civiltà» (Spirali, 2006).
Le problematiche del restauro vengono inserite in un'ottica a 360 gradi, che abbraccia anche il rapporto fra opere, città e strutture museali. Emblematico è il caso di Milano, sottolineato da Alberico di Belgiojoso, una delle autorevoli voci che compongono il puzzle curato da Cecchi. Parlando di Brera, Belgiojoso propone di aprire la visione all'esterno almeno attraverso alcune finestre, che negli allestimenti storici, come quello del Portaluppi, erano state murate. Discorso analogo si può fare per Palazzo Reale, il cui valore architettonico deve essere esaltato, non mortificato, dagli allestimenti delle mostre. E ancora, Gianni Verga, nel ricordare la Galleria Vittorio Emanuele, la cita come espressione di «chi non ha avuto paura»: l'architetto Giuseppe Mengoni, nonostante le contestazioni e i feroci dibattiti, non ebbe esitazioni nel realizzarla.
Si intuisce la necessità di una sorta di «filiera della tutela», in cui ciascuno ha i suoi doveri.
«Si tratta innanzitutto di creare consapevolezza. Faccio un esempio squisitamente "milanese": quando, alla fine dell'800, si decise di demolire il Castello Sforzesco per creare un "cannocchiale" da piazza Duomo al Sempione, l'unico a opporsi fu l'allora soprintendente. Oggi, credo, chi soltanto ipotizzasse una cosa del genere sarebbe preso per folle».
E' possibile far coesistere la tutela con lo sviluppo?
«E' stato fatto molto bene, proprio a Milano, negli anni della ricostruzione. Il tema delle preesistenze ambientali è uno dei cardini della ricostruzione nel centro storico di Milano, ed è un'esperienza totalmente italiana e totalmente milanese: Milano si caratterizza proprio per questa capacità».
Nel 1966, un articolo di Indro Montanelli denunciava lo stato preoccupante del patrimonio artistico italiano...
«Bellissimo intervento, che ho deciso di ripubblicare integralmente . Montanelli denunciava il fatto che, a fronte di un patrimonio enorme, la struttura della tutela era gracile, senza risorse, personale, mezzi».
L'anno successivo, 1967, i lavori della Commissione parlamentare Franceschini giunsero a conclusioni analoghe. Cos'è cambiato da allora?
«Provocatoriamente verrebbe da dire nulla. Da quel momento è accresciuto l'interesse sul patrimonio culturale in generale, ma non è aumentata in proporzione la dimensione degli strumenti di tutela, che non è mai sufficiente per rispondere al compito che il Paese si è dato con l'articolo 9 della Costituzione».
Un compito immane, se si pensa che il territorio italiano è per oltre la metà sotto vincolo paesaggistico.
«Vero. Oggi oltre il 50% del nostro territorio è tutelato paesaggisticamente, con punte del 90% in regioni come la Liguria. Al tempo in cui scriveva Montanelli eravamo intorno al 20%».
Cosa si può fare?
«Oggi abbiamo strutture molto forti, soprattutto quelle con circoscrizioni territorialmente contenute. Penso alla Soprintendenza di Venezia, che controlla la città e i pochi comuni della gronda lagunare. Al contrario, quando fui soprintendente in Calabria, mi trovai con 800 km di coste. La discrepanza è evidente, anche se, devo dire, le soprintendenze non sono più quelle di cui parla Montanelli. Il ministero sta lavorando al rafforzamento delle strutture: proprio in questi giorni sono stati banditi concorsi per l'assunzione di alcune centinaia di unità sul territorio nazionale».
Lei ha parlato di «tutela delle brutture». Vuole spiegare meglio?
«Ciò che è bello in qualche modo si salva da sé. Difficilmente si potrà metter mano malamente alle rive del Garda o alla laguna di Venezia. Quello che dobbiamo recuperare è ciò che è stato sciaguratamente aggredito, soprattutto negli anni '60-'70. Mi riferisco in particolare alle periferie urbane».
Il termine vulnus che lei ha usato per definire l'intervento di restauro, rimanda a un contesto violento. E' sempre così?
«E' come in un'operazione chirurgica: non si torna mai come prima. Un caso estremo, uscendo dall'Italia, è quello di Notre-Dame. Quando Viollet-le-Duc vi interviene, demolisce e ricostruisce. E così gran parte della facciata che vediamo è una ricostruzione stilistico-analogica, da cui emerge più l'idea di Le Duc che quella dell'impianto di fabbrica originale. Fortunatamente questo non è stato in Italia, se non in piccola parte».