Milano riscopre Carlo, «l’altro patrono»

Fu il massimo interprete della Riforma cattolica in Lombardia e nel Paese. Combatté la minaccia e le lusinghe del protestantesimo con la stessa determinazione con cui si scagliò contro la corruzione nella Chiesa e la crisi di valori della società, le stesse piaghe che, proprio da Nord, la Riforma protestante voleva sanare. Ma qui, da questa parte della alpi, lui adottò un metodo tutto cisalpino fondato essenzialmente sul suo personale carisma. Ecco la forza di Carlo Borromeo (1538 -1584), beato e canonizzato pochi anni dopo la morte, santo subito, l' «Ambrogio» moderno che, proprio con quello antico. Si divide oggi il titolo di patrono di Milano e della Lombardia. Dire Borromeo è un po' come dare una declinazione alla milanesità e quest'anno che, il 4 novembre, giorno a lui dedicato, ricorrono i 400 anni dalla sua canonizzazione la sua statura morale si può apprezzare, forse riscoprire, grazie ad una miriade di iniziative. Ben oltre lo scurolo nella cripta del Duomo che ne custodisce le spoglie. Ben oltre il San Carlone della natia Arona e del Sacro Monte di Varallo dove morì, San Carlo va riscoperto a Milano. La sua intuizione fu anche quella di servirsi dell' arte per spiegare il suo «vangelo» ai milanesi. E come lui, 20 anni dopo, fece suo cugino, quel cardinale Federico (1564 -1631) che anche Manzoni ricorda e che prese il posto di Carlo sulla cattedra arcivescovile milanese. Spirito mediatore, vero mecenate, fondando l'Ambrosiana, Federico forgiò l'arte del Seicento lombardo anche attraverso il recupero e l'esaltazione della figura del suo «beato parente»: i migliori pittori dell'epoca dal Cerano all'altro Crespi, Daniele, poi il Duchino, il Morazzone, il Procaccini e il Fiammenghino, al volgere del secolo, fecero del Duomo una vera «fabbrica». Con una missione: celebrare San Carlo con i colori della tavolozza. Ed ecco i teleri o quadroni: sono giganti anche di 5 x 6 metri, di grande impatto. Narrano della vita del beato Carlo, i più grandi, e dei miracoli a lui ascritti, i più piccoli. Tutti li abbiamo ammirato naso all'insù, quando, puntuali ogni autunno, compaiono sospesi fra le colonne. Prendi quelli a firma di Cerano, come la «predica ai barnabiti, gesuiti e teatini» o come la «visita agli appestati»: questa tela, oggi all'incrocio del transetto sinistro è fra le più ricche di pathos ed è anche fra le più antiche, del 1602. Carlo è ritratto a cavallo nell'atto di benedire. Sgargiante nei colori del manto, resta defilato rispetto alla folla di ammalati che, pur «gigante» nelle dimensione langue, piegata ormai dal male nelle campagne. I quadri raccontano «in presa diretta» quanto San Carlo si spese per la sua Chiesa. In Duomo per tutto novembre visite guidate ed un percorso ad hoc grazie a pannelli e didascalie, illustrano i teleri per capire le differenze stilistiche fra i quadri. Ben diversi sono, infatti i dipinti dedicati ai miracoli: ci sono le guarigioni prodigiose come quella di Aurelia degli Angeli, di Beatrice Crespi, di Fra Sebastiano o del piccolo Carlino Nava. In questi quadri non si risparmia il «brutto», ma gli si da forma. Piaghe, ferite e dolore dovevano essere ben raffigurate perchè «più orrendo il morbo, più mirabile era il fatto». Federico orchestrò una vera e propria «propaganda» su Carlo, rappresentandolo ora in gloria, ora invece con crudo realismo, il volto consunto dalla fatica.
Per capire questo alternarsi di Carlo, santo e uomo, oltre il Duomo l'itinerario tocca il Diocesano per un'altra pala del Cerano e poi Brera dove, fra gli altri, è Giulio Cesare Procaccini a rappresentare San Carlo in Gloria. Due quadri, due mani, la stessa missione: San Carlo, l'espressione rilassata, è sollevato dagli angeli verso lo squarcio di nubi che lo accoglierà nel paradiso. Sempre a Brera, però Procaccini lo dipinge, in un'altra tela in tutta la sua drammaticità mentre veglia il Cristo morto in un atteggiamento di lutto tutto terreno.