Una Milano tutta da sognare

Poteva Milano - che a volte, nelle conversazioni da bar tra donne, negli appartamenti con biblioteca e in alcune atmosfere tardo borghesi, ricorda un set di Eric Romher o Woody Allen - rimanere indifferente alla triplice seduzione del sogno, della psicoterapia e del cinema? Negli ultimi tempi si sente parlare sempre più spesso di social dreaming, in particolare di quello che si appoggia alla visione di film per favorire l'attività onirica. Ma che cosa vuol dire «sognare socialmente» ?Facciamo un esempio recentissimo. L'altra sera una ventina di persone si sono ritrovate a Vizzolo Predabissi, due passi da Milano, per assistere alla proiezione di due film Poesia che mi guardi di Marina Spada (incentrato sulla poetessa milanese Antonia Pozzi e ricchissimo di immagini storiche e attuali della città) e Nora di Alla Kovgan e David Hinton (storia vera di una danzatrice dello Zimbabwe). L'incontro era organizzato dalla psicanalista Giovanna Cantarella e dallo psichiatra Giancarlo Stoccoro in collaborazione con «Lo scrittoio», agenzia milanese di servizi culturali. Poi, tutti quanti sono andati a dormire e a sognare. Fino a quando ieri mattina, alle nove, il gruppo non si è di nuovo riunito nell'auditorium comunale per partecipare alla cosiddetta «matrice» (c'era anche chi scrive e, in incognito, la regista Marina Spada). Sistemati sulle sedie in modo che nessuno vedesse in viso l'altro (per evitare imbarazzi), avvolti dalla semioscurità della sala, i partecipanti hanno condiviso i sogni avuti durante la notte, sogni spesso «fecondati» dalle immagini cinematografiche viste poche ore prima. Dai loro racconti è uscito un ritratto di Milano singolarmente inedito, tanto che a stento lo si può ritrovare simile (per dettagli e autenticità) nei romanzi o nelle narrazioni «ufficiali» dedicati alla città. Sull'onda del film della Spada molti spettatori, in continua osmosi tra la vita di Antonia Pozzi e i loro ricordi personali, hanno narrato visioni, aspettative, desideri e memorie riguardo Milano: c'è chi si è ricordato, all'improvviso, di quando «non c'erano alberi, perché, nel 1944, li si tagliava per farne legna da ardere»; chi ha immaginato vividamente Bava Beccaris sparare sui rivoltosi di Porta Ticinese durante i moti del 1898; chi ha ricordato di quando, come faceva Antonia Pozzi nella vita e nel film, andava «fino a Chiaravalle in bicicletta, la città era diversa, meno automobili...». «Questa che abbiamo fatto stamattina - ci ha detto Marina Spada alla fine - è pura politica partecipativa. Una nuova agorà dove le persone si pongono domande insieme senza darsi risposte preconfezionate. Il social dreaming avrebbe bisogno di tutto l'aiuto economico possibile da parte delle istituzioni, perché può cambiare individui e collettività, portando alla luce paure e desideri e stimolando così nuovi percorsi». «Di fatto il social dreaming - spiega Giancarlo Stoccoro, che sta scrivendo un saggio sull'argomento - è importante per capire una città, una nazione, e anche un'azienda: spesso tengo eventi di questo tipo tra i dipendenti di imprese non solo milanesi a cui interessa avere un feedback sulle dinamiche interne dei vari uffici, in modo da prevenire i conflitti. C'è stato anche chi ha analizzato, come la scrittrice Charlotte Beradt in Il terzo Reich dei sogni, l'attività onirica di un intero popolo scoprendo il valore collettivo, transpersonale e non più individuale, dell'inconscio e di ciò che si sogna. Al social dreaming originario inventato da Gordon Lawrence, che prevedeva in modo un po' iniziatico soltanto la condivisione in gruppo dei propri sogni, io ho aggiunto il supporto della visione cinematografica. Il cinema stesso è un luogo capace di riportarci a uno stato sognante, regressivo». Il social dreaming è dunque anche un buon mezzo per disattivare i conflitti all'interno di un gruppo e favorire l'ascolto dell'altro: Stoccoro lo ha portato con buoni risultati nelle scuole e negli ospedali. Soprattutto in quei reparti in cui il rapporto operatore-paziente è particolarmente difficile, come Oncologia e Dialisi, dove ha proiettato film come La stanza di Marvin (sulla leucemia) e Lo scafandro e la farfalla (su eutanasia e dintorni). Nelle scuole, invece, ha usato Il vento fa il suo giro per parlare (e far sognare) di migranti e di senso di estraneità, ma anche Un'ora sola ti vorrei, dove la regista Alina Marazzi ha raccontato del suicidio della madre.