Addio a Penati, amato più dai rivali che dai compagni

Intuì a sinistra questione settentrionale e sicurezza Cordoglio ipocrita della sinistra che lo aveva scaricato

Gli stinchi di santo fanno (forse) i missionari, quasi mai i politici. Ma c' era un che di romantico nel modo di vivere e soprattutto di fare politica di Filippo Penati, scomparso ieri a soli 66 anni dopo aver lottato, in modo altrettanto romantico, contro il male che se l' è portato via in un pugno di mesi. Perché essendo lui un uomo intelligente, molto intelligente e ostinato, il suo strano destino è stato di essere amato più da quelli di destra che da quelli di sinistra. Anzi, molto di più: di essere rispettato più dagli avversari politici che da quelli del suo partito. Che, essendo in fondo soltanto dei mediocri sempre spaventati dalla sua non mediocrità, tutto questo non glielo hanno mai perdonato. Così come non gli hanno mai perdonato l'aver intuito la Questione settentrionale molto prima dei trinariciuti di cui era costretto a circondarsi, il fenomeno Lega o la necessità di affrontare l'emergenza sicurezza con un'energia che spazzasse il velo di ideologia e ipocrisia che ancor oggi acceca politici e amministratori pseudo progressisti. Ed è per questo che ora fanno solo rabbia le parole mielose e le lacrime di coccodrillo versate da tanti giuda che gli hanno rovinato la vita e piace immaginarlo a sorridere sornione oggi con il Giornale in mano, un foglio che non gli ha mai risparmiato attacchi durissimi, ma a cui Penati ha sempre riservato il rispetto che si deve a una controparte e non l'astio che riserva a un nemico.

E del resto a confermarlo ci sono le parole, come sempre chiarissime, consegnate una bellissima intervista concessa all'Adnkronos solo pochi giorni fa. «Non ho rimpianti, ma sento ancora tanta amarezza per come il mio partito, il Pd, mi ha trattato all'esplosione dell'inchiesta sul cosiddetto Sistema Sesto. Sulla base di un semplice avviso di garanzia, senza sentire il dovere di ascoltarmi, in violazioni dello statuto e delle più elementari norme costituzionali sulla presunzione di innocenza, sono stato espulso da un giorno all'altro dal partito a cui avevo dedicato tanta parte della mia vita, accrescendo così la gogna mediatica verso di me. Ancora più grande è stato il mio dolore quando i Democratici di sinistra decisero di costituirsi parte civile contro di me nel processo. Processo da cui poi sarei stato assolto. Sono fatti gravi che non si possono dimenticare. Sono certo che non verrò ricordato per queste vicende. In tanti anni di attività politica a livello locale e nazionale ho fatto certo tanti errori. E chi non ne compie».

Parole che mettono i brividi, come sempre metteva i brividi un amministratore e soprattutto un politico che di certo non è stato uno stinco di santo, ma che ha indossato appunto con grande romanticismo la sua divisa di uomo di partito. Di partito e dunque di parte, senza ipocrisie e infingimenti. Sapendo bene che questo ruolo concedeva onori, ma richiedeva anche oneri. Forse ancor più gravosi, ma da vero sportivo come ha dimostrato il suo ultimo impegno da presidente di successo della Geas, si è portato nell'aldilà segreti che avrebbero potuto rendergli meno duro il calvario giudiziario, ma di certo più difficili i conti con la coscienza, come potrebbe testimoniare quel Pierluigi Bersani che lo volle come braccio destro. Salvo poi scaricarlo. E per questo è ineccepibile il tweet del sindaco Giuseppe Sala, un altro come lui: duro, ma leale. «È mancato Filippo Penati. Non è il momento di giudizi politici e non voglio ricordare il suo profilo istituzionale. Per me è stato solo un amico a cui ho voluto bene e che ho accompagnato nell'ultima, dolorosa, fase della sua non banale vita».

E per chi ancora volesse conversare con lui, la Nave di Teseo annuncia che il 7 novembre uscirà il suo nuovo romanzo, L'uomo che faceva le scarpe alle mosche. Dopo La casa dei notai un nuovo racconto sull'Italia del Novecento, le passioni perdute e su quelle destinate a durare per sempre.

Una storia d'amore e politica nella Milano del dopoguerra.