Addio viale Jenner Le nuove reclute studiano su internet

Alla fine, agli investigatori tocca rimpiangere via Quaranta e viale Jenner, le moschee dove predicatori dell'odio come Abu Omar e Abu Imad infiammavano i fedeli e reclutavano combattenti per la jihad: ma lo facevano tra le mura dell'istituto, ed erano perciò quasi facili da tenere d'occhio. Qualche infiltrato, qualche microspia, e molto di ciò che accadeva tra gli accoliti degli imam estremisti finiva nei fascicoli della Digos e dei servizi segreti. Ma ora i due imam sono lontani: il primo, dopo essere stato rapito dalla Cia, se la spassa in Egitto facendo il macellaio e rilasciando interviste; l'altro, processato e condannato per terrorismo, è stato anche lui rispedito in patria. E con la loro stagione è finita anche l'epoca del reclutamento faccia a faccia, più diretto, più efficace, ma anche più facile da controllare.

La moschea di oggi si chiama Internet, ed è lì che si combatte la partita tra terrorismo e sicurezza. É sugli infiniti canali della comunicazione virtuale che oggi i predicatori lanciano il loro verbo. Individuarli non è facile, incastrarli ancora meno: perché poi bisogna convincere i giudici a tenerli dentro, e non sempre i giudici si lasciano convincere. Basti guardare cosa è accaduto a Brescia, dove il tribunale del Riesame ha liberato Alban ed Elvis Elezi, zio e nipote, albanesi, arrestati all'inizio di aprile dopo che gli 007 dell'Aisi li avevano individuati come protagonisti di episodi di reclutamento via Internet: «Non ci sono elementi di prova a far ritenere che avessero capacità di arruolamento nelle file dell'Isis o fossero in diretto contatto con persone aventi tali potestà», scrissero i giudici che annullarono l'ordine di cattura. Pochi giorni fa la Cassazione ha a sua volta annullato la scarcerazione, ma intanto Elezi è tornato libero.

E insieme al volto dei reclutatori cambia anche il volto dei reclutati. A subìre il fascino della guerra santa e del martirio non sono più la cerchia ristretta dei fedeli integralisti ma un oceano multiforme di immigrati di prima e di seconda generazione, ma persino di italiani 100% come Maria Giulia Sergio, partita per il fronte col nome di battaglia di Fatima. Le motivazioni che spingono verso l'Isis giovani cresciuti nelle libertà e nel relativo benessere dell'Italia settentrionale sono disparate, e vanno dal sociale al caratteriale. Quel che è certo è che la rete virtuale degli arruolatori sa bene quali tasti andare a schiacciare: anche perché insieme alla tecnica degli esplosivi sui siti dell'area integralista si illustrano meticolosamente le tecniche di propaganda e poi di selezione. Per ora, a venire individuate sono state soprattutto le reti che allevano combattenti per il fronte: ma il timore è che prima o poi saltino fuori anche volontari per il «fronte interno», come quelli che hanno colpito in Francia e Belgio.