«Altro che cantautori Composi Ti amo ascoltando i Beatles»

Al Dal Verme l'artista dà il via al suo tour A giugno sarà al concerto di piazza Duomo

Ferruccio Gattuso

«Girare di città in città è faticoso: la lontananza da casa si sente, i tempi morti, gli spostamenti. Poi però sali su quel palco, parte la musica e la fatica, di colpo, evapora». Umberto Tozzi a sessantacinque anni suonati e suonanti ha la stessa convinzione di quando, poco più che ventenne, qualcuno gli disse: «Ma perché non te la canti tu la tua musica?». Lui con gli accordi e le melodie ci sapeva fare, ma non pensava di adagiarci sopra la sua voce. Oggi, a ottanta milioni di dischi venduti nel mondo, l'artista di origini torinesi, nomade per professione e da tempo trasferitosi a Montecarlo, non può che ammettere che quell'idea cantare era giusta. In questo periodo, poi, l'occasione si fa ancora più speciale, come dal titolo del suo tour: «Quarant'anni che Ti amo».

Umberto Tozzi, il suo tour celebrativo parte domani dal Teatro Dal Verme di Milano, già sold out. In questo teatro si esegue tradizionalmente musica classica, molti suoi brani sono diventati classici: tutto quadra?

(Sorride) «Il luogo lo sento speciale, sì. Anche se in tour passi da una città all'altra ci sono città e spazi che non ti possono lasciare indifferente. Quanto ai classici, il problema è che quando li scrivi non hai idea che possano diventarli».

Quando le uscì «Ti amo» dunque non si rese conto di avere, per dirla banalmente, fatto bingo?

«Assolutamente no. Io e il mio fedele, indimenticabile produttore e co-autore Giancarlo Bigazzi capivamo che il giro armonico funzionava. Eravamo a Firenze, in una sua dependance che usavamo per fare musica. Gli altri, amici e addetti ai lavori, ci assicuravano che sarebbe stato un successo ma si sa, i padri sono sempre prudenti con i loro figli».

Quando scrisse 'Ti amo' era il 1977, qui a Milano si vivevano i famigerati Anni di Piombo: l'impegno era una dittatura non scritta, i testi da cantare erano quelli dei cantautori politici. La sua canzone fu allo stesso tempo una ventata d'aria fresca e un irriverente sberleffo all'insegna della semplicità. Non fu una provocazione deliberata allora?

«Mi piacerebbe dirlo, ma non fu così. Ancora oggi sorrido a pensare che in quegli anni cantare in un testo anche solo una volta 'ti amo' poteva essere difficile, e spuntavo io a ripeterlo a raffica. La verità è che sono cresciuto con i Beatles, ho imparato a suonare la chitarra sulle loro canzoni. Quando cominciai a comporre non facevo brani dalla struttura italiana e dunque la metrica con la lingua italiana non mi riusciva facile. Preferivo ripetere alcune parole, mi interessava il loro impatto ritmico. Proprio come facevano i Beatles, soprattutto Lennon».

Il prossimo 18 giugno lei è atteso in piazza Duomo nel tradizionale Radio Italia Live, tra gli ospiti ci sarà anche Anastacia con cui lei ha recentemente duettato proprio sulle note di 'Ti amo'...

«Penso sia impossibile escludere che canteremo insieme 'Ti amo', ma non so ancora quali altre canzoni potrò portare. Giusto stasera discuterò la scaletta con gli organizzatori di Radio Italia».