«Ambrosoli uomo solo I salotti buoni coccolavano Sindona»

Vitale sul Giornale, il giorno dopo l'omicidio aveva capito tutto anche chi l'aveva ucciso

Luca Fazzo

Quindici righe. Così all'indomani del delitto il Sole 24 Ore liquidò la notizia dell'assassinio a Milano di Giorgio Ambrosoli, avvocato, liquidatore della Banca Privata Finanziaria. Quattro giorni dopo, il 15 luglio 1979, in un articolo sul Giornale Marco Vitale indicò il comportamento del quotidiano della Confindustria come il segno più eclatante dell'isolamento di Ambrosoli: che non solo rese possibile la sua uccisione, ma ne fu in buona parte la causa.

Oggi saranno passati quarant'anni. E a ben vedere, l'epitaffio migliore per Ambrosoli potrebbe essere quello che involontariamente dettò Giulio Andreotti poco tempo prima di morire. «Ambrosoli era uno che se la andava cercando», disse il vecchio democristiano: e voleva essere, anche nel rimbambimento dell'età, solo l'ennesima perfidia di un uomo che sulla perfidia aveva costruito immagine e carriera. Invece Andreotti, in fondo, ci aveva azzeccato. Giorgio Ambrosoli se la andava davvero cercando: cercava di fare il suo dovere, convinto di avere l'opportunità di servire il suo Paese come mai avrebbe immaginato. Se la cercava: nel senso che sapeva perfettamente quanto rischiava, prima ancora che sul suo telefono iniziassero ad arrivare i messaggi di morte di Giacomo Vitale, complice di Joseph Aricò: il sicario incaricato da Michele Sindona di liquidare il liquidatore della sua banca.

Fa impressione oggi, a tanti anni di distanza, rileggere l'articolo che Vitale scrisse su queste pagine subito dopo l'uccisione. Perché indicano senza incertezze il colpevole che solo anni dopo le indagini della magistratura avrebbero portato a condannare, Sindona. Ma insieme a Sindona, Vitale metteva sotto accusa ben altri: «l'assassinio di Ambrosoli è il culmine di vent'anni di un certo modo di fare finanza, fare politica, fare economia»; e indicava i responsabili in colori che «hanno permesso che la malavita occupasse spazi sempre più larghi nella nostra economia», quelli che definirono Sindona «il salvatore della lira»: ovvero Andreotti, sempre lui.

Oggi Vitale è anziano, e stamane non sarà presente in tribunale alla commemorazione di Ambrosoli indetta dall'Ordine degli avvocati. Ma il suo ricordo dell'isolamento di Ambrosoli è vivido. «Non era famoso, non faceva parte del mondo degli avvocati a la page. E Guido Carli, governatore della Banca d'Italia, lo scelse come liquidatore della Bpf, la banca di Sindona, proprio per quello. Carli aveva grandi responsabilità: era il più intelligente di tutti, eppure non aveva avuto il coraggio di impedire la degenerazione della finanza italiana. Ma quando lo scandalo esplose capì in fretta che se fosse stato nominato, come era ovvio, un gruppo di liquidatori, il potere di Sindona sarebbe riuscito a influenzare questo o quel membro della commissione. Di Ambrosoli conosceva la rettitudine, e sapeva che non aveva amici nè in Vaticano nè alla Bocconi».

Cosa c'entra la Bocconi? «In quegli anni gli economisti che contavano, i cattedratici della Bocconi, erano tutti pro-Sindona. Perché Milano è fatta così, appena arriva uno che fa girare un po' di quattrini diventa subito simpatico a tutti. Eppure bastava poco a capire il personaggio. Sindona era all'epoca l'avvocato d'affari più in vista di Milano, e chiese di incontrare il socio anziano della Arthur Andersen, di cui io ero un giovane manager. Il socio anziano accettò, e mi chiese di incontrare Sindona insieme a lui. Sindona venne, ci spiegò la sua visione del mondo, i suoi progetti. Appena uscì il mio capo mi disse: this is a crook, questo è un imbroglione. Si vedeva al volo, insomma, come sarebbe andata a finire. Ma le porte dei salotti buoni gli venivano aperte».

Se Ambrosoli non fosse stato lasciato da solo a confrontarsi con le malefatte di Sindona, probabilmente sarebbe ancora vivo: ma le colpe di Sindona sarebbero rimaste in gran parte occulte. Certo, nonostante il sacrificio di Ambrosoli, i padrini di Sindona rimasero impuniti, grazie al caffè al cianuro che sette anni dopo avvelenò il banchiere nel carcere di Voghera. Ma Marco Vitale aveva già capito chi fossero.