Anche il lavoro a maglia un aiuto per chi rifiuta il cibo

La bellezza della malattia. Se fosse Veronica, ragazzina anoressica, a insegnarci cosa significhi vivere stabilendo quell'armonia tra corpo e mente che è il requisito fondamentale per non incappare in nessuna malattia? Cinquantacinque associazioni popolano il Niguarda con sedi e volontari che puntano a realizzare l'ospedale da sogno in cui un malato è un essere umano «paziente», più disposto di altri a intraprendere gesti antichi che non si usano più. La bellezza della malattia. L'altra faccia del corpo che non deve più fare paura ma scorrere come un'altra trama, come il filo di cotone che passa tra le mani e l'uncinetto di ragazzi e ragazze anoressici nel reparto della Struttura complessa di dietetica e nutrizione clinica.
Gufi e polipi di cotone arancio, verde, giallo nascono dal lavoro di adolescenti seguiti dalle donne dell'associazione «Erika» che insegnano a giovani, per i quali il cibo è una forma di droga, a ritrovare il piacere di continuare la vita alimentandosi attraverso la pratica di non interrompere un filo colorato fino alla fine. Oltre a «Erika» al Niguarda operano gruppi di volontari che hanno costruito il percorso sensoriale della riabilitazione equestre per i piccoli, bordato di essenze profumate; che accompagnano i pazienti nella pet therapy e che allevano una colonia di gatti in un vialetto sotto la statua di una Madonna. I gatti vagano nel giardino, perché per ora in reparto no, anche se negli ospedali americani i mici sono già entrati.
Dietro a due ampie finestre chiamate «acquario» dagli infermieri, si apre una sala. Cosa insegna a un anoressico il lavoro a maglia? «E' difficile comprenderlo - racconta Lina Bettini, presidente di «Erika» e madre della prima ragazza anoressica ricoverata al Niguarda nel 1999 -. È certo che attraverso uncinetto e ferri i ragazzi ritrovano un contagioso entusiasmo. Un aspetto curioso sta nel fatto che si legano in modo particolare ai loro manufatti, tanto che difficilmente li donano ma li vogliono tenere gelosamente solo per se stessi». Come pagine di un diario, verrebbe da dire. Segnali, indizi, appunti di un giorno ancora di vita al Niguarda.
Il più intrepido nella maglia è stato un maschietto un anno fa e ancora oggi i maschi, purtroppo sempre più colpiti da una patologia fino a ora ritenuta femminile, se all'inizio sono un po' renitenti a cimentarsi con la maglia, una volta conosciuta la praticano con passione. «Abbiamo iniziato per cercare un modo di tenerli impegnati. Pensavamo a un rifiuto, invece è un successo. Questi giovani non sanno cosa fare nelle loro lunghe giornate qui». Pregano? «Alcuni sì e molto, anzi in casi rari ho assistito a vere e proprie crisi mistiche. In una ragazzina soprattutto. Non cerco di dare spiegazioni, non è il mio compito, ma il fenomeno era evidente e anche abbastanza sconcertante. In fondo Santa Rita e Santa Caterina non furono anoressiche?». Chiude con un punto di domanda Lina Bettina. È sempre un punto, o dritto o rovescio, e condurrà un giorno a una nuova probabile trama. Veronica al tavolo ha finito un gufo arancio. «Me lo daresti?» le chiediamo. Arrossisce, abbassa gli occhi e lasciando tutti stupiti risponde: «Sì».